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Economia relazionale

Economia relazionale: Studia le materie economiche dal punto di vista dello scambio di valore umano, della solidarietà e della condivisione.

Si differenzia dall’ economia “classica” perchè non considera preminente lo scambio di valore monetario.

In particolare si occupa di valorizzare le comunità residenziali, le quali oggi sono escluse dall’ economia “classica”, poiché la produzione delle aziende relazionali non rientra nei calcoli che formano il PIL (Prodotto Interno Lordo).

Di seguito segnalo un elenco delle tipologie di Aziende Relazionali (ossia Comunità Residenziali che producono valore relazionale), più importanti che operano sul mercato:

Famiglie, Parrocchie, enti condomìnio, Associazioni non riconosciute, Gruppi auto-mutuo aiuto, Banche del tempo, Associazioni Non profit, Gruppi di acquisto solidale, Associazioni sportive dilettanti.

Zinker scrive………

“Se l’ uomo della strada fosse alla ricerca del proprio io, quali pensieri-guida troverebbe per cambiare la propria esistenza?

Forse scoprirebbe che il suo cervello non è ancora morto, che il suo corpo non è ancora inaridito e che, in qualunque situazione si trovi, è ancora l’ artefice del proprio destino.

Può cambiare questo destino prendendo la decisione di cambiare seriamente se stesso, combattendo le sue meschine resistenze al cambiamento e la paura, imparando a conoscere meglio la propria mente, provando a comportarsi in modo da soddisfare i suoi veri bisogni, compiendo atti concreti anzichè limitarsi a vagheggiarli”…..

A proposito della cultura borghese…

“Come può Hannah Arendt separare con un filtro ciò che ammira nella cultura borghese – il costituzionalismo, l’ affermazione dei diritti umani fondamentali, l’ uguaglianza di fronte alla legge, l’ insistenza su una sfera privata della vita umana estranea al politico, la tolleranza religiosa, – condannando nello stesso tempo ciò con cui è in disaccordo – il secolarismo, l’ assunzione cinica della pervasività dell’ interesse privato, l’ influenza corruttiva del denaro sui valori umani, le tendenze depoliticizzanti e la minaccia che esse pongono per la tradizione e il senso di appartenenza?”

Alla fine si scoprì che il signoraggio, lo male dello monno, era davvero lo male dello monno.

Link… Gruppo su facebookNozione su Wikipedia

Tratto dal libro “Il dio denaro” di Arturo Paoli e Gianluca De Gennaro, Edizioni L’ Altrapagina…

Ogni giorno l’ uomo perde un po’ di autonomia e di libertà, perchè è drammaticamente indotto a consumare di più.

E sembra davvero che la tragedia non debba avere fine.

Bisogna insistere sulla coscienza, ricordando che l’ uomo, consumando per se stesso, diventa sempre più responsabile della morte di altri, perchè li condanna a non avere il necessario per vivere.

Oggi, ricordiamocelo sempre, l’ economia uccide molte più persone delle armi: ed è per questo che dobbiamo iniziare a riflettere.

Non possiamo più permetterci di essere superficiali.

Rendiamocene conto una volta per tutte!

Ciascuno di noi pacificamente, vorrei dire gaudiosamente, entra nei supermercati, guarda gli oggetti, soddisfa le proprie voglie e si lascia trascinare da quei ritornelli così infantili: “guarda che bello questo nuovo telefonino, ieri non c’ era”, oppure: “ma guarda che bello, che comodo, che pratico!”.

E ancora: “ma che meraviglia questo arnese che ci permette, premendo questo tasto, di raggiungere in un minuto quello che i nostri nonni raggiungevano in due giorni”.

Sono davvero queste le espressioni del vuoto e della superficialità, le espressioni della mentalità comune, una mentalità sapientemente e astutamente costruita e indotta.

E’ necessario reagire!

La dittatura del mercato

Per capire a fondo il titolo di questo articolo dobbiamo pensare il mercato alla stessa stregua delle grandi ideologie che hanno dominato la storia del XX secolo.

Oggi possiamo dire di essere sotto la dittatura di un’ altra grande ideologia: il liberismo del mercato globalizzato che non ha niente a che fare con “l’ essere liberali”, come bene aveva capito Benedetto Croce.

Il mercato, con i suoi “dogmi”, assomiglia a un sistema di pensiero che assume, progressivamente, la fisionomia di un idolo, al quale, senza accorgercene, siamo spinti ad aderire; nè più nè meno di come il sistema comunista diventò idolatria per Stalin o il nazismo per Hitler.

L’ oppressione nasce dalla presenza di un’ entità astratta, senza nè volto nè nome, l’ idolo appunto, al quale ci rivolgiamo nelle cose di tutti i giorni.

L’ Occidente europeo è sempre stato, nella storia, il centro dove queste ideologie hanno preso forma; l’ ultima di queste è il “mercato”.

Una volta mi sono trovato a Washington ad un battesimo di un mio amico.

Nel pomeriggio, durante la festa alla quale partecipavano anche alcuni responsabili del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), un mio amico, quasi ridendo, si rivolse agli invitati dicendo:

“Guardate che in mezzo a noi c’ è Arturo che vi condanna.

E’ bene che sappiate di avere un giudice davanti a voi.

Prendete questa occasione per parlare e difendervi dalle sue accuse”.

I responsabili della grande finanza mondiale

Questo amico faceva riferimento alla mia visione dell’ economia e a ciò che penso riguardo alle tragedie delle quali i responsabili non possono che essere le persone che maneggiano i grandi affari della finanza mondiale.

A quella scherzosa provocazione risposi:

“Io non sono un giudice, ma vengo dall’ America latina e sono testimone della fame e dell’ ingiustizia creata da gente che vive in paesi molto ricchi e che condanna persone, che abitano in paesi altrettanto ricchi, a morire di fame.

Mi piacerebbe incontrare qualcuno in grado di spiegarmi il perchè di questa strutturale disuguaglianza, tra chi muore di obesità e chi muore di fame”.

Ebbene, a questa mia provocazione mi è stata data una risposta precisa, chiara, lucida.

Un funzionario dell’ Fmi si è avvicinato e mi ha detto:

“Ciascuno di noi non può che aderire al mercato e alle sue linee guida.

Se non aderiamo alle regole del mercato il mondo crollerebbe

Se non lo facessimo, questo mondo crollerebbe.

Noi, d’ altronde, sappiamo perfettamente che l’ andamento del mercato provoca fame, miseria, disuguaglianze sociali.

Di tutto ciò siamo consapevoli, perchè della fame, della miseria e delle disuguaglianze sociali abbiamo le statistiche e sappiamo anche che è “il dover” aderire al mercato la causa che produce tale situazione”.

“Che ci possiamo fare – mi disse riferendosi al fatto che il mercato produce miseria e morte – anche noi siamo schiavi del sistema e dobbiamo obbedire”.

C’ è in queste parole un concetto quasi sacrale del mercato.

Ma se qualcuno di noi dovesse attribuire valore di sacralità a qualcosa o a qualcuno, dovrebbe avere almeno il buon senso di dimostrare qual’ è la fonte di questa sacralità.

Insomma, se il mercato si propone all’ uomo come una sorta di religione e il denaro come la rappresentazione di dio sulla terra, è necessario che i “sacerdoti” di questa nuova fede abbiano il coraggio di spiegarci qual’ è il fondamento della loro religione.

I funzionari dell’ Fmi non dicevano “non ci importa nulla della fame, della miseria e della povertà”, ma, anzi, “ci duole profondamente”, capisci?

Loro sono addolorati, ma hanno questa struttura, che evidentemente non viene dal cielo, alla quale devono aderire.

Devono obbedire, perchè è stato spiegato loro ed è stato teorizzato che l’ intenzione che si nasconde dietro al funzionamento che regola l’ economia mondiale è quella di arrivare ad una distribuzione più giusta della ricchezza.

Ora la questione è:

Visto che questa struttura funziona nella maniera opposta a quella per la quale è stata pensata, che cosa fare?

Non si trovano risposte a questa domanda per un motivo molto semplice:

Noi siamo vittime di una cultura che ad un certo punto sente il bisogno di astrarsi dalla realtà, per formare dei sistemi di pensiero che pretendono di riassumere in sè la realtà stessa, per dominarla.

Tali sistemi si propongono di realizzare al meglio quello che noi pensiamo di fare.

Da questo modo errato di intendere il pensiero, consegue l’ idea che il giorno in cui il mercato controllerà l’ economia del mondo, non ci saranno più guerre, nè fame, nè ingiustizie, perchè attraverso questa grande “idea del mercato” noi potremo distribuire equamente i beni della terra.

La storia ci dimostra che tale modo di concepire la cultura, che fa precedere l’ idea alla realtà, è errato.

Lo possiamo vedere nei fatti, basta aprire un qualsiasi giornale.

Arturo Paoli innesta il suo pensiero nella tradizione cattolica, e propone la sua critica sulla base di ciò che costituisce il cuore dell’ economia relazionale e solidale.

Il cuore dell’ Economia Relazionale

Se la rivoluzione mercantile e capitalista è stata possibile grazie alla cultura cristiana protestante (vedi link: http://it.wikipedia.org/wiki/L%27etica_ … pitalismo Max_Weber), allora come oggi dominante in Inghilterra, noi oggi possiamo sfruttare i lati buoni della “nostra” cultura dominante derivante dalla fede cattolica.

Il cuore di questa economia relazionale e solidale, infatti, si può trovare scritta chiaramente in molte parti del Vangelo, e si esprime attraverso due idee guida che orientano il pensiero cattolico.

Consapevolezza della realtà e trasparenza del giudizio personale

La prima idea riguarda la consapevolezza della realtà e la trasparenza del giudizio personale.
Ad esempio di questa linea guida vi propongo di seguito il capitolo 6 del Vangelo secondo Luca, dal versetto 36 in avanti:

“Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’ e due in un buca? Il discepolo non è più del suo maestro; ma ognuno ben preparato, sarà come il suo maestro. Perchè guardi la pagliuzza che è nell’ occhio del tuo fratello e non t’ accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’ occhio del tuo fratello.

Non c’ è albero buono che faccia frutti cattivi, nè albero cattivo che faccia frutti buoni.

Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, nè si vendemmia uva da un rovo.

L’ uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’ uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perchè la bocca parla dalla pienezza del cuore.

Perchè mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?

Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia.

Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perchè era costruita bene.

Chi invece ascolta e non mette in pratica è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta.

Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande”.

Condivisione equa del valore economico

La seconda idea riguarda la condivisione equa del valore economico, che può essere raggiunta attraverso la conversione del cuore.

Ad esempio di questa linea guida vi propongo di seguito due brani tratti dal vangelo secondo Luca, al Capitolo 12 dal versetto 15 al 21, e dal versetto 33 al 34:

“Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perchè anche se uno è nell’ abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Disse poi una parabola:

“La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.

Egli ragionava tra sè: Che farò, poichè non ho dove riporre i miei raccolti?– E disse – Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.

Ma Dio gli disse:

Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?

Così è di chi accumula tesori per se, e non arricchisce davanti a Dio”.

Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non consumano e la tignuola non consuma.

Perchè dove è il vostro tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Nota di economia generale

John Maynard Keynes è stato un grande economista.

Ho letto un paragrafo interessante attribuito a questo grande pensatore, che è molto attuale in questi nostri tempi caratterizzati dal pensiero debole e superficiale.

“In realtà noi abbiamo, di regola, solo la più vaga idea di ogni conseguenza dei nostri atti che non sia delle più immediate.

Il fatto che la nostra conoscenza del futuro sia fluttuante, vaga e incerta rende “la ricchezza” un argomento di studio particolarmente inadatto per i metodi della teoria classica.

Tale teoria potrebbe funzionare molto bene in un mondo in cui i beni economici fossero necessariamente consumati entro un breve intervallo di tempo dalla loro produzione.

Con il termine “conoscenza incerta”, vorrei spiegare, non intendo semplicemente distinguere ciò che è conosciuto con certezza da ciò che è solamente probabile.

Il gioco della roulette non è soggetto, in questo senso, a incertezza, nè lo è la prospettiva che un titolo del debito della “Vittoria” venga estratto per il rimborso; ancora, la speranza di vita è solo leggermente incerta, e anche il tempo atmosferico è solo moderatamente incerto.

Il significato in cui io uso questo termine è quello per cui si può dire che sono incerti la prospettiva di una guerra in Europa (o in Iran n.d.r.), o il prezzo del rame (o del dollaro, o dell’ acqua…n.d.r.), e il tasso di interesse (euribor….n.d.r.) da quì a vent’ anni, o l’ obsolescenza di una nuova invenzione, o la posizione dei proprietari di ricchezza privata (Capitalisti…n.d.r.) nel sistema sociale del 1970 (2025..n.d.r.).

Su queste cose non c’ è alcuna base scientifica su cui poter fondare un qualsivoglia calcolo probabilistico.

Noi, semplicemente, non sappiamo”.

La logica del PIL (Prodotto Interno Lordo)

…tratto dal libro “La dittatura del PIL”, di Pierangelo Dacrema (Edizioni Le maschere Marsilio):

Ti alzi una mattina incapsulato nel tuo PIL personale.

Non è un felice risveglio per diversi motivi.

Non ti aiuta il fatto di essere così poco orgoglioso del tuo PIL, che è una frazione davvero infinitesimale di quello nazionale.

Certo, il tuo è il reddito di un singolo, di una sola persona, neppure troppo fortunata.

Ti deprime la microscopica entità della tua partecipazione al prodotto complessivo del Paese in cui vivi.

Per la verità, mentre sorseggi sconsolato un pò di latte e caffè, non esiti a riconoscere che ti interessa ben poco la misura miserevole del tuo contributo alla produzione nazionale, al benessere collettivo.

A te importa il fatto che il tuo reddito sia oggettivamente piccolo, e ti chiedi se esista un modo intelligente e non troppo rischioso per aumentarlo.
Vivi in città, in un appartamento modesto, due o tre stanze, un bagno, una cucina (posto che non si tratti di un angolo cottura).

Poco meno della metà di quanto guadagni ti serve per pagare l’ affitto.

E il tema della casa ti suggerisce tristi pensieri sulla posizione che ti è stata assegnata, o che ti sei meritata, nel contesto generale, nel quadro del reddito nazionale.

Se il PIL è l’ insieme delle risorse prodotte e per lo più consumate da un’ intera collettività nell’ arco di un anno, dell’ intero “condominio” del PIL ti è stato riservato uno sgabuzzino, qualcosa di più simile ad una cantina che ad una stanza.

La tua casa assomiglia al tuo reddito

La tua casa assomiglia al tuo reddito, alla frazione del PIL nazionale, e il sospetto che sia la casa che meriti – la sola cui puoi legittimamente aspirare – ti getta ancora di più nello sconforto.

Ti aggrappi all’ idea che la responsabilità non sia tua, che debba esserci un errore, che solo un architetto incapace o distratto abbia potuto concepire il tuo infelice appartamento, così come il casermone inospitale del PIL, e che a parità di risorse impiegate, anche senza molto impegno, sarebbe stato facile fare di più.

Poi, però, ti vengono in mente le tue colpe, la tua inerzia, un cervello sempre più assopito al servizio di un corpo sempre meno efficiente e più impacciato.

E tutta una società intorno, un coro incessante di voci, una ridda di raccomandazioni, di suggerimenti, a volte imperiosi, a volte suadenti: Tutti a ricordarti che se vuoi ce la fai, ce la puoi fare, che devi essere rispettoso, ma ambizioso, educato ma aggressivo, determinato e competitivo.

Il mercato è una giungla!

Il mercato ha regole sue e del tutto condivise?

Certo, quelle della giungla; un luogo in cui devi aspettarti ogni tipo di agguato, dove devi essere guardingo se non vuoi soccombere, e diventare feroce se vuoi dominare.

Non vuoi accontentarti delle briciole, dei rimasugli del pasto altrui, e vuoi far crescere il tuo PIL?

Sappi che devi diventare un leone, che alla caccia è affidata la tua sopravvivenza, all’ abbondanza delle prede il vigore dei tuoi muscoli, la forza delle tue mascelle e la lucentezza del tuo pelo.

Il tuo PIL è il numero di gazzelle che riesci ad abbattere

Il tuo PIL è il numero di gazzelle che riesci ad abbattere e a sbranare.

Occorre essere veloci e possenti, astuti e spietati.

Ma come (ti chiedi), ti hanno insegnato a dire buongiorno e buonasera, ad essere civile e gentile in tanti momenti della giornata e dell’ esistenza per poi costringerti a comportarti come una belva in materia di economia?

Ebbene si! La vita è una lotta senza esclusione di colpi, e se “mors tua vita mea” non è un semplice modo di dire ma bensì la legge che, almeno a quanto viene detto, governa il mondo delle imprese, lo stesso principio varrà per il tuo posto di lavoro e per il tuo ruolo nella vita.

Bevendo l’ ultimo sorso di caffè ti rimane il tempo per qualche altra amara riflessione.

Il presente non è mai disgiunto dal passato.

La gabbia del PIL

Ti ricordi di quando hai lasciato la tua ultima occupazione da lavoratore indipendente, optando per un impiego poco remunerato ma più sicuro.

Non ti sei mai sentito un combattente, e la tua scelta è stata rinunciataria ma meditata, tutto sommato consapevole.

Però ora stai riconsiderando la tua decisione.

C’ è qualcosa che ti ferisce in quello che ti circonda – oggetti, ambienti, persone – e sempre più spesso ti capita di pensare che qualche soldo in più non ti dispiacerebbe.

Bisognerebbe fare qualcosa! Ma cosa?

E’ difficile uscire dalla gabbia in cui ti sei ritrovato.

L’ assenza di un orizzonte è soffocante, e il tuo disagio assomiglia a un malessere.

Possibile che l’ unica via di fuga sia demolire tutto a colpi di piccone?

Se è così, avere più spazio significherebbe invadere altri spazi, occupare un’ altra stanza equivarrebbe a toglierla a chi ora la occupa.

Qualsiasi incursione in linea orizzontale o verticale nel condomìnio del PIL diventa un’ irruzione e implica un furto, un sopruso, una violenza.

Il mercato è una competizione

Una competizione contempla sempre un vincitore. E si sa, chi vince potrebbe non avere la mano morbida, e lo sconfitto potrebbe covare rancore.

Ti chiedi se sia possibile svincolarsi da questo gioco a somma zero, uscire dalla logica per cui se c’ è qualcuno che guadagna deve esserci qualcuno che perde.

Perchè non costruirsi una propria abitazione, una graziosa villetta poco distante dal grigio condominio del PIL, in modo che qualche vano in più non lo si debba per forza ottenere a spese degli altri?

Fatto sta che è difficile, se non impossibile, avere licenze di costruzione, strappare lembi di terreno edificabile, crearsi uno spazio vivibile al di fuori del palazzo della produzione ufficiale.

Tu sai che viviamo di gesti, ma hai anche sufficiente esperienza del sistema per sapere che solo i gesti remunerati in denaro vengono premiati, e che quasi tutti gli altri sono trascurati, o addirittura frenati.

Per quale motivo dovresti alimentare un reddito non contabilizzato in denaro?

Con quale vantaggio potresti agire all’ esterno della grande casa del PIL?

Il PIL crescerà con fatica e lentamente

Per questo il PIL crescerà con fatica e più lentamente di quanto desideri.

Certo, crescerà, ma per ragioni diverse da una volontà collettiva di farlo crescere.

Crescerà perchè a qualche politico sarà piaciuto esibire una prova della sua capacità di elemosinare benessere.

Aumenterà per una naturale tendenza alla crescita delle cifre dell’ economia monetaria, per un inflazione di prezzi e di oggetti che permea il sistema, per effetto di numeri vuoti e leggeri, gonfiati e liberati nell’ aria come palloncini sullo sfondo di una sagra paesana.

Si incrementerà perchè qualcuno, rovistando qua e là, avrà trovato della calce e, con l’ aiuto di qualche mattone e di un pò di detriti, avrà costruito alla bell’ e meglio un alloggio da aggiungere ai tanti che già esistono nel gigantesco e caotico condominio della produzione nazionale.

Della quale però nessuno oserà toccare le fondamenta.

Rimarrà immutata la strana e inquietante struttura del palazzaccio.

E continuerà a crescere una “cosa” più che una casa.

Nella calma di una prima mattina che ti sta regalando momenti di mesta lucidità.

Stai riflettendo sul fatto che a te, come a tutti, hanno insegnato a prendere più che a dare.

Che è meglio essere specialisti dell’ incasso che del gesto.

Che l’ arte è quella di elargire numeri, realtà virtuali, appropriandosi di fatti e di oggetti, di cose reali.

Perchè è così che si conquista la propria fetta di PIL, che si occupa il proprio spazio in un luogo in cui, una volta entrati, ci si deve fare largo.
Ed è così che il PIL diventa la casa della prepotenza e dell’ arroganza, un posto in cui ci si guadagna la vita sottraendola a quella degli altri.

Link di approfondimento su economia relazionale

Bibliografia su Economia relazionale
Etica dell’ amore e del buon vivere
Economia etica
Finanza etica
Portale su Economia relazionale
Nozione di economia relazionale su Wikipedia
L’ economia relazionale, la fede, la storia
Etica cristiana dell’ economia
Il lavoro come relazione sociale

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