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Il lavoro come relazione sociale

A cura di Paolo Coluccia (paconet@libero.it)
http://digilander.libero.it/paolocoluccia

Nel testo che segue continuano le riflessioni e le note scaturite dagli appunti presi durante la lettura del libro di Pierpaolo Donati, Il lavoro che emerge. Prospettive del lavoro come relazione sociale in un’economia dopo moderna, (Bollati Boringhieri, Torino 2001). In sostanza si tratta di una continuazione del testo già pubblicato in questa collana dal titolo Il lavoro come “fatto” sociale.

Il lavoro come medium simbolico
Generalmente s’intende il lavoro come una prestazione inserita in relazioni di scambio locale/sociale. Etica e politica cercano di regolare sostanzialmente i rapporti di lavoro messi in atto dalle parti ormai da definirsi classiche: datore di lavoro e lavoratore. Da qualche tempo è apparsa sulla scena un’altra figura atipica, l’agenzia interinale, con specifiche funzioni regolatrici e appaltatrici. “In questo modo, però, si continua a parlare assai più dei rapporti di lavoro che del lavoro come relazione sociale” (p. 170).
Qualcuno, un po’ tiepidamente, ha azzardato ipotesi teoriche, studi e considerazioni marginalistiche relative a relazioni sociali o alla loro mancanza che generano il problema della disoccupazione moderna. Ma ancora non si pone in chiaro la questione se il lavoro sia una semplice relazione economica inserita in un contesto di relazioni sociali, oppure una relazione sociale complessa e generale, capace di generare senso sociale e la stessa società emergente. Sarebbe in sostanza questo il lavoro inteso come “fatto” sociale. La disoccupazione, pertanto, sarebbe semplicemente intravista come deficit o fallimenti della complessa interazione sistemica e conseguente integrazione sociale. Infatti, “la prospettiva è assai diversa se si osserva il lavoro, la prestazione o funzione lavorativa, come relazione sociale” (p. 171). In un approccio complesso di tipo relazionale “il problema della in/dis-occupazione diventa quello di deficit o fallimenti nelle forme di scambio (fra soggetti economici) che generano l’integrazione sociale” (p. 171).
A che serve il lavoro?
1) a produrre beni e a guadagnare un reddito da spendere per le reali necessità umane;
2) ad acquisire, e non in modo secondario, stima e riconoscimento da parte degli altri;
3) avere rapporti sociali ampi e coinvolgenti;
4) rispondere a bisogni reali e relazionali, nei quali gli altri svolgono un ruolo importante.
“Dunque, il lavoro rimanda a una sfera sociale che non è né strettamente privata né strettamente pubblica”, tanto che, nelle nostre società complesse, “diventa un medium simbolico generalizzato di interscambio” (p. 172) sociale e culturale.

Vecchi e nuovi significati del valore lavoro
Sempre seguendo lo schema AGIL si può considerare il
(A) lavoro come capacità di prestazione (valore di scambio)
(G) lavoro come valore politico (valore meta-economico)
(I) lavoro come valore di scambio sociale (relazione di servizio reciproco)
(L) lavoro come valore d’uso (produzione di beni e servizi per i bisogni umani)
La concentrazione di una o più di queste funzioni determina la visione del lavoro in un determinato periodo storico. Oggi, per esempio, manca una visione del lavoro fondata sulla relazionalità. Infatti, anche quella produzione di servizi di cura (care) dell’economia sociale è sempre intravista come serie di “prestazioni di servizio fra produttore, cliente e consumatore” (p. 180).
Il problema, però, è un altro e risulta evidente nel momento in cui si prende in esame la contrattazione generale, che nei rapporti di lavoro dedicati a servizi di cura mostra chiaramente una serie di difficoltà e di inefficienze. Ma più in generale, poiché tutto il lavoro tende sempre più a svolgere “compiti di mediazione in circuiti di scambio che coinvolgono il bene comune (come bene relazionale) di una rete di produttori e consumatori i quali coprono ruoli sempre più interattivi, intersecantesi e perfino reversibili” (p. 181), sarà necessario intravedere contratti di tipo “relazionale” accanto ai contratti di tipo “classico” (formali e con regole e sanzioni standard) e di tipo “neoclassico” (incompleti formalmente che rimandano ad arbitraggi in caso di problemi). “I contratti relazionali rappresentano un ulteriore sviluppo della contrattualità che deve far fronte a condizioni di crescente durata e complessità nelle transazioni in campo economico” (p. 182). Il punto da mettere in evidenza è che questo tipo di contratti pongono, a differenza di quelli classici o neoclassici, il fuoco sulla relazione tra soggetti implicati nel contratto, che tendono a sviluppare con questo, oltre che la soddisfazione di beni e di reddito, anche la relazione stessa.
“I bisogni sociali (primari e secondari, pubblici, privati e soprattutto relazionali) che non sono standardizzabili e richiedono un’elevata frequenza di prestazioni, beni e servizi per farvi fronte, comportano l’erogazione di un tipo di lavoro che può essere meglio regolato da contratti relazionali anziché di altro tipo” (p. 183). Su questo argomento in Italia il dibattito è ancora quasi completamente assente. Ma altrove è già stata data una definizione del contratto relazionale, che è quel contratto che “implica non soltanto uno scambio, ma anche una relazione, tra particolari contraenti” (M. A. Eisemberg, Relational Contracts, 1994).

Lavoro e occupazione: le sfumature del relazionale
Il lavoro diventa un bene relazionale nel momento in cui assume tre connotazioni:
1) oltre ad includere uno scambio economico
2) ha come oggetto (scopo) una relazione sociale e
3) chi lavora è guidato dalla reciprocità della relazione stessa.
In questo consiste “la socialità del lavoro” (p. 185). “Il lavoro è (o diventa) un bene relazionale se e nella misura in cui è configurato come riattivatore della relazione stessa, cioè della reciprocità di prospettive implicate nel contratto di lavoro” (p. 185). Per questa concezione del lavoro “occorre un nuovo sillagma giuridico, cioè una configurazione normativa (contrattuale) del lavoro che sia capace di cogliere la natura relazionale” (p. 186). Si capisce chiaramente pertanto che già le parole stesse occupazione o prestazione, ma anche produzione, contratto ecc., non rendono più il senso della natura complessa del termine relazionale! “Il lavoro è una relazione sociale, l’occupazione è una sua riduzione” (p. 190). L’occupazione (il posto di lavoro – job) ha un significato di base oggettivo accompagnato da un compenso economico, che serve per essere speso, e magari il processo crea e ricrea all’infinito nuova occupazione. Invece, il lavoro “implica una relazione sociale”, che va oltre il compenso economico pur comprendendolo pienamente, “relazione che è generatrice della ricchezza e della creatività umana della stessa occupazione” (p. 190). Il lavoro “crea legame sociale e fa politica, l’occupazione non fa questo” (p. 192). Al massimo può generare legami economici (di produzione, di clientela, di fornitura di beni e servizi ecc.) e politiche economiche commerciali interne ed esterne.
Il lavoro è un simbolo di una società che funziona e sarebbe oltremodo errato voler contrapporre all’economia di profitto, che genera o meno occupazione, l’economia relazionale, quasi sia da intendere in senso assoluto come l’unica economia di una comunità. L’economia relazionale non si contrappone a nessun’altra forma economica, ma, essendo un’economia “emergente”, tende piuttosto a “superare”, in un processo dinamico, le forme economiche classiche dello scambio tra equivalenti e nella sostanza pone la questione di dover differenziare i contratti, oltre che la visione stessa delle dimensioni economiche, politiche, sociali e culturali dell’intero sistema sociale.

Utilità economica e utilità sociale
La modernità conosce solo due tipi di utilità: quella individuale dell’individuo astratto e quella pubblica di tipo hobbesiano. Oggi questa riduzione dell’utilità non può essere accettata, anche nel contesto generale di processi di legati alla globalizzazione e alla localizzazione dell’economia (glocalità). “Il punto centrale consiste nel fatto che nella società contemporanea emerge un altro genere di utilità: l’utilità sociale dei beni relazionali, delle reti, che non è riconducibile a forme di utilità della modernità” (p. 201). Spesso l’utilità sociale di un bene relazionale o non ha costo o costa quasi niente: si pensi ai costi, alla materia prima e ai tempi di scriversi con la corrispondenza ordinaria e la possibilità di comunicare in tempo reale con una spesa irrisoria di un servizio di posta elettronica tramite la rete Internet.
In questa visione societaria e relazionale del mondo, il lavoro potrà espandersi in maniera esponenziale in un ambito in cui l’utilità sociale in senso relazionale diventa “forma emergente” (p. 201) di aggregazione associativa e di relazionalità generativa. “L’attuale fenomeno di crescita delle patologie sociali del lavoro è il prodotto di concezioni culturali che, non vedendo il carattere relazionale del lavoro, non riescono a trasformare la morfostasi strutturale delle configurazioni occupazionali esistenti” (p. 204). Proprio i processi di globalizzazione, supportati dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), mai pensate e tanto meno immaginate fino a qualche decennio fa, potranno generare “un mondo di relazioni quale l’umanità non ha mai conosciuto. Un mondo nel quale il lavoro potrebbe uscire dalla riduzione a merce di scambio così come l’ha configurato una certa modernità” (p. 205).

Scambio/relazione/mediazione fra persone
“L’economia moderna, e con essa il senso del lavoro descritti dai classici (Marx, Durckeim, Weber), si rivela distruttiva delle relazioni individuali. Emerge il bisogno di una economia che sappia creare relazioni sociali. E per questo tipo di economia servono un’altra cultura e un’altra etica del lavoro”. Il lavoro, inteso semplicemente come occupazione, consuma relazioni sociali, ma non ne genera per niente. Questo è il limite fondamentale delle ideologie economiche del capitalismo e del comunismo, delle visioni liberale e socialista, ma anche di tutte le “terze vie” o delle soluzioni lib/lab da entrambe influenzate. Nel loro insieme non riescono a scorgere che la ricchezza vera si annida non nella produzione e nei compensi, ma nelle relazioni sociali stesse che il lavoro, da millenni, riesce a generare tra gli esseri umani.
Tali visioni si polarizzano, purtroppo, su pratiche obsolete d’intervento e di definizioni arroccate su posizioni corporativistiche di potere. Non riescono a comprendere che il lavoro consiste di “relazioni sociali da cui tutti coloro che sono coinvolti dipendono” (p. 209). Proprio per questo una società dimostra tutta la sua umanità, e non potrebbe dimostrare nient’altro altrimenti non sarebbe una società, nel momento in cui promuove e fa rispettare la dignità della persona umana e del suo agire sociale. Purtroppo, persino “i programmi della Unione Europea sono ancora assai deboli nell’indicare e nel precisare il senso relazionale del lavoro. Come tutte le politiche dei governi europei, anche le politiche dell’U. E. si muovono verso forme di promozione e di organizzazione basate sulla filosofia lib/lab.
Si persiste quasi a non voler vedere che ad una nuova politica del lavoro libera da compromessi amministrativi ed economici occorrono paradigmi diversi, fondati e fondanti un nuovo significato sociale del lavoro. “È dai significati che guidano la relazione-lavoro che dipende l’intero assetto della società, e in particolare da come definiamo la libertà di lavorare per se stessi o per qualcun altro, la sicurezza sociale, la giustizia, lo sviluppo, la coesione sociale, la lotta alla povertà e la lotta alla disoccupazione” (p. 201). In realtà ci si costringe in una “gabbia d’acciaio” (Weber), in una “megamacchina”, secondo l’espressione di Latouche, quasi che la complessità dei problemi legati al lavoro, che di per sé risponde pienamente alla metafora di un mondo, possano essere costretti e incasellati in programmi e strategie onnicomprensivi che alla fine non fanno altro che bloccare il sistema sociale medesimo. “La filosofia del masterplan (il piano che cerca di elaborare nuove strategie di interconnessione tra formazione scolastico-universitaria-professionale e occupazione) è emblematico a questo riguardo… Non è difficile vedere in questo programma la tentazione di un neo-Panopticon” (p. 213).
“La nostra ricchezza non sono più le cose, e neppure la certezza procedurale-formale dei contratti, ma le persone umane e la capacità di creare e gestire relazioni sociali, ben sapendo che i contratti hanno presupposti non contrattuali dai quali dipendono il senso e il rispetto dei contratti” (p. 216). Come si è appena detto, “il Programma dell’Unione Europea si sforza di andare incontro a una nuova frontiera di lavoro, in cui il modello non sia più quello fordista. Ma i passi avanti sono molto timidi. Le aperture e i diritti concetti agli individui sono ancora quelli di un mercato formalmente libero del lavoro tipico dell’economia capitalista, nel quale s’introducono correttivi che diano maggiori capacità di mobilità, scelta, competizione al lavoratore, sotto condizioni di maggiore sicurezza individuale. La libertà è quella che, mascherata di preoccupazione per l’umanità della persona, risulta in realtà necessaria al sistema economico, alle imprese e ai commerci. La libertà del lavoratore di usare i cosiddetti diritti sociali di configurazione del proprio lavoro, combinando sicurezza e libertà, sono ancora tutti interni al quadro definito dalla ‘megamacchina’, e il loro esercizio dipende dalla capacità di ogni individuo di costituirsi crediti, buoni, conti propri ecc. La socialità di questa libertà mi sembra del tutto astratta” (p. 221). D’altronde, un maesterplan, nel momento in cui si concepisce, non può che rispondere a questo tipo di logica generalizzata: “le sue parole d’ordine sono: interazione tra sistemi formativi scolastici, universitari e professionali, strutture istituzionali, associative e territoriali, centrali e locali; lifelong learning; formazione alla cittadinanza e nuove domande di conoscenza; lotta alle forme di emarginazione della società cognitiva; e tutto ciò nel quadro delle cosiddete compatibilità tra sostegno alle crescenti sfide competitive, lotta alla emarginazione culturale e preoccupazione per la cosiddetta coesione sociale” (p. 223). Tutto è compreso e comprendente, tutto è costretto e nulla può essere lasciato al caso, un rullo compressore penserà a spianare le asperità e le divergenze d’opinione, tutti alla fine dovranno essere d’accordo, o almeno dovranno far finta di essere d’accordo, salvo poi a fare di testa propria al momento opportuno, con ampia dose di conflittualità crescente, o quando la megamacchina dovesse riuscire nel suo intento stritolatore delle asperità, almeno formalmente avrà incasellato tutto e tutti in una società che potrà ben somigliare ad una camera iperbarica. Purtroppo, questo tipo di società non crea relazioni sociali, non fonde (né confonde) gli individui, non li riduce che ad atomi o automi disciplinati ma senza significato.

Un nuovo rapporto tra le persone
La nostra epoca ci mostra in prospettiva un nuovo tipo di lavoratore, un soggetto civile, una “persona umana come soggetto attivo di una società in relazione e caratterizzata dell’economia dell’informazione e dei servizi” (p. 223). Su questa falsariga il lavoro cessa di essere servile per diventare capacità, conoscenza e relazione interpersonale. Il rischio in agguato è che anche questo possa essere sfruttato da una nuova forma di capitalismo emergente, che può persino spingere il lavoro emergente in forme occupazionali ancora più disumane, dispotiche e strumentali, di cui già si cominciano a vedere i sintomi e gli oscuri contorni. Si pensi all’impalcatura di quelle lobby pubblico-private, che gestiscono fondi pubblici consistenti in attività di assistenza, formazione e sanità, mascherate da cooperative dove i soci, oltre a non conoscere i dirigenti/manager, non si conoscono neppure fra loro. In queste nuove forme organizzative, di fatto spurie ed illegittime anche nel diritto più elementare, prefigurano soggezione, sfruttamento, disagio ed alienazione di masse di lavoratori presi per la gola, perché non possono più trovare un lavoro dignitoso nel sistema economico ormai coperto da queste organizzazioni canagliesche, spesso ben volentieri supportate dalla stessa politica al potere negli Enti locali, se non a livello nazionale.
Purtroppo, e soprattutto per l’Italia, si tratta di un retaggio culturale atavico, uno sfruttamento che al posto della relazione sociale genera familismo e immoralità, clientela e asservimento. Allora è più difficile che il nuovo substrato culturale del significato del lavoro si faccia strada. Per far sorgere un nuovo significato del lavoro in senso relazionale “l’elemento chiave sta nel rapporto civile fra le persone” (p. 226). Solo una visione del lavoro che riesca a costruire continuativamente un mondo di relazioni sociali può, attraverso le stesse, generare beni e servizi in “una società civile guidata dal principio di sussidiarietà, che faccia del lavoro una questione ‘societaria’” (p. 226).
Mentre il lavoro del modello lib/lab si basa su prestazioni regolate dalla legislazione statale, “il nuovo lavoro societario, invece, fa perno sulle relazioni sociali che incorpora ed esprime”, che sono “frutto di una rete di soggetti che agiscono come produttori-distributori-fruitori secondo logiche che mettono a capo una pluralità d’identità e interessi che vengono condivisi nella creazione di beni e servizi a forte contenuto relazionale” (p. 227).
Far emergere questo nuovo tipo di lavoro societario è una sfida aperta, che si prospetta ancora ad un livello iniziale e di cui non si conoscono gli sviluppi futuri. Ma nella sostanza è una sfida che si spingerà a fondare un nuovo e più intenso rapporto tra le persone, le istituzioni e la società.

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