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Amministratore ucciso e messo in valigia

«L’ho ucciso e mi sono messa a bere. La valigia? Doveva finire nel Tevere»
Confessa la donna romena: mio marito mi ha aiutata a nascondere il corpo. Trovati il mattarello usato per colpire la vittima, la giacca dell’uomo e gli abiti della donna sporchi di sangue

Cari amici,

L’ articolo che segue tratta dei rapporti di condominio “viziati” da mancanza di regole, ignoranza, pressapochismo, eccesso di potere dell’ amministratore, mancanza di strutture sociali di supporto.

Questa situazione può portare a situazioni “estreme” ed incontrollabili.

In questo caso l’ amministratore di condomìnio ci ha rimesso la vita!

Per evitare queste situazioni spiacevoli è necessario che le comunità residenziali adottino delle regole di comportamento, e chiedano al proprio amministratore di adeguarsi.

Per questo motivo consiglio i seguenti comportamenti:

L’ amministratore di condominio non può “entrare” a casa dei condòmini morosi a chiedere il pagamento delle rate condominiali scadute.

Al limite l’ amministratore può accettare i pagamenti dei condòmini presso il proprio studio, ma la cosa migliore è pagare le rate condominiali sempre presso la banca su cui è appoggiato il conto corrente del condomìnio.

Inoltre è opportuno che i condòmini abbiano dei rapporti sociali fra di loro, che servano a stemperare gli animi, e a creare dei legami solidali fondati sulla comprensione dei problemi economici dei residenti più bisognosi.

Viviamo tempi di crisi economica, e dobbiamo aiutarci creando legami economici solidali che siano vantaggiosi per chi abita nella casa.

La Community AziendaCondomìnio serve a creare questi legami economici solidali, promuovendo principi di qualità totale e servizi di consulenza e di coordinamento.

Insieme riusciremo a rendere le nostre Comunità Residenziali più vivibili e solidali.

Corriere della sera

ROMA — «L’ho ammazzato, poi mi sono messa a bere vino e a fumare una sigaretta. Mi sono tolta i vestiti sporchi di sangue e mi sono fatta una doccia. E alla fine ho chiamato mio marito. “Vieni, torna a casa. Ho ucciso un uomo…». Davanti al pm Antonella Nespola, Gheorghita Nikita è un fiume in piena. La sua confessione dell’omicidio di Giovanni Santini è precisa, puntuale, piena di orribili dettagli. Ma ancora tutta da verificare. «Sì, sono stata io, e io sola, a ucciderlo venerdì pomeriggio — aggiunge la romena, che a Boccea tutti chiamano “Gina” — è entrato nel mio appartamento e mi ha chiesto i soldi del condominio. Ma poi mi ha detto “Se non ce li hai, se non puoi pagare gli arretrati, allora dammi qualcosa in cambio. Per cominciare potresti baciarmi…”. Non ci ho visto più, ho perso la testa: ho afferrato il mattarello e l’ho colpito cinque volte ». La difesa di «Gina», 31 anni, madre di tre bambine e incinta del quarto figlio, ruota attorno alle presunte avances subìte dalla vittima, l’amministratore del condominio di via Urbano II, assassinato e poi chiuso in una valigia. All’inizio solo verbali, ma poi, secondo il racconto della donna, seguite anche da un tentativo di approccio fisico.

Oggi la romena e il marito, Gabriel Uijca Mihai, di 34, saranno interrogati dal gip durante l’udienza di convalida. Come chiesto dal pm, il giudice potrebbe emettere nei loro confronti due ordinanze di custodia cautelare per omicidio volontario e concorso in omicidio. Intanto la polizia ha trovato il mattarello, lavato ma ancora con tracce di sangue che sarebbero state rilevate dalla Scientifica, gli abiti della donna e la giacca di Santini chiusi in un sacco, nascosti nell’appartamento al pianterreno del palazzo e pronti per essere gettati. Quando Santini è stato ucciso, «Gina» era sola in casa. «Sempre venerdì ho comprato un trolley, ma il cadavere non c’entrava, ci stava solo la testa — continua la romena — così sabato mattina sono andata con mio marito a comprarne un altro, con la zip, e questa volta c’entrava tutto, ma senza giacca. L’abbiamo sistemato in uno sgabuzzino. Prima però Gabriel ha dovuto scardinare la porta per farci stare la valigia. Cosa volevamo farne del corpo? Gettarlo nel Tevere». La versione della cameriera è ora al vaglio degli investigatori della Squadra mobi-le, che stanno cercando di ricostruire i rapporti fra la coppia di stranieri e l’amministratore ucciso, anche attraverso l’esame delle ricevute dei pagamenti, per stabilire quante mensilità dovessero effettivamente «Gina» e Gabriel.

Gheorghita ha confermato l’estraneità del marito all’omicidio. «Dopo che l’ho chiamato, lui è tornato a casa con i mezzi pubblici dal cantiere dove lavora, ha acquistato la vernice e si è messo a dipingere le pareti sporche di sangue». Un piano diabolico, fallito sabato pomeriggio quando i familiari di Santini si sono recati in via Urbano II e, insospettiti dal forte odore di vernice provenire dall’appartamento dei romeni, hanno avvisato la polizia. Le indagini, comunque, non sembrano concluse. Si sta cercando di appurare se la coppia possa aver contato, o chiesto, sulla collaborazione di altre persone. «Avances? Ma quali avances. Non è possibile — spiegano sconvolti gli amici e i conoscenti dell’amministratore — Giovanni (che amministrava non solo il palazzo di via Urbano II, ma anche altri due condominii a Boccea e cinque in altri quartieri, ndr) non era proprio il tipo. Era una persona perbene, onesta. Quando gli inquilini non riuscivano a pagare le rate, concedeva altro tempo. Era gentile con tutti, sia con gli stranieri sia con gli italiani». Ma sembra che proprio sui mancati pagamenti, Santini avesse avuto in passato altri contrasti con «Gina» e Gabriel. Fino all’ultimo, venerdì pomeriggio, che gli è stato fatale.

Rinaldo Frignani

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