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Restiamo ad aspettare che riparta l’ Italia

Il premier ai suoi: siamo in guerra
La voglia di una riforma forte

Tra le ipotesi l’elezione diretta del capo del governo

Cari amici,

Ieri Berlusconi ha annunciato ai suoi che “sono in guerra”.

Io invece resto in pace, e aspetto che l’ Italia riparta!

Sono fermamente convinto che ci meritiamo un futuro migliore di quello che si prospetta, e voglio credere che riusciremo a costruire una società migliore di quella che “sopravvivo” ogni giorno.

I nostri politicanti, francamente, mi hanno stancato!

La nostra “nuova” società deve partire dai rapporti con i nostri vicini di casa.

Se non riusciamo ad organizzarci per controllare e dirigere neanche il “nostro” territorio locale, non avremo nessuna speranza che a Roma comincino a fare “buone” leggi.

In questo periodo, un grido che invoca “giustizia” sta salendo da ogni angolo della penisola.

Proprio non possiamo più sopportare la vista di un uomo che si dibatte per conservare il potere al fine di scappare dai processi che lo inseguono.

Propongo di fare una legge che garantisca l’ immunità penale a Berlusconi, in cambio delle sue dimissioni.

Per le eventuali responsabilità civili propongo un patteggiamento “globale” ed equo, in cambio della rinuncia a nuove riforme escogitate per fini personali, ma poste sulle spalle di tutti i cittadini innocenti.

W L’ ITALIA! W GLI ITALIANI! W LA GIUSTIZIA E LA LIBERTA’ “AL DI LA'” DEL “POPOLO DELLA LIBERTA'”!

Corriere della Sera

BENEVENTO — «Oggi in Italia esiste il consenso e l’amore degli italiani verso il presidente del Consiglio dei ministri». Consenso e amore. Non cita sé stesso ma la carica. È la conclusione dell’intervento del Cavaliere. Conclusione gridata, in senso di sfida. Ma non è il tono che colpi­sce, sono almeno due cose: il sostantivo amore, che nulla ha che fare con la politi­ca del Palazzo, almeno quella percepita come tale; poi la sua figura istituzionale, offerta alla platea come la vera carica (più del Quirinale?) cui guarda una fetta di italiani sentendosi rappresentata.

Sono solo due indizi. Ma corroborati dal parlottio dentro lo staff di Berlusco­ni. «Elezione diretta del capo del gover­no », sussurrano. Quando? Come? È anco­ra solo una voce e poco strutturata, ma viene fatta circolare. Lui stesso, il pre­mier, ad inizio comizio, dice e non dice. Afferma che «sta riflettendo», che «oc­corre fare un riflessione su quello che è successo». Ma anche che i tempi di parla­re in modo compiuto non sono pronti. «Fra qualche giorno…», aggiunge, la­sciando che il mistero si diffonda. Paolo Bonaiuti, che è stato con lui tutto il gior­no, dice sibillino: «L’unica cosa che pos­so escludere è il ritorno alle urne, siamo qui per completare il mandato».

All’aeroporto di Capodichino Berlu­sconi ha incontrato un amico e gli ha confidato il tormento: «Vorrei parlare e dire tutto, oggi». L’amico gli ha consi­gliato di soprassedere. «Allora — si rivol­ge alla platea — vi racconto delle storiel­le, che servono per sdrammatizzare». So­lo che alla fine racconta quella del Padre­terno e di Silvio che gli vuole rubare il posto, che alla fine vira bruscamente sul­l’attualità: «Anche in Italia questa storia del presidente e del vicepresidente deve essere messa in chiaro, non si può con­sentire che la presidenza del Consiglio non venga considerata un’istituzione, non deve essere più consentito che ven­ga diffamata in tutti i modi, senza conse­guenze…

». Si coglie nell’accenno un altro parago­ne fra Palazzo Chigi e il Colle. Lo «scu­do » giuridico di cui gode la prima carica dello Stato e quello che lui non ha. Il vili­pendio del presidente della Repubblica che non esiste, come figura giuridica, per il premier. Insomma Berlusconi non parla apertamente di Napolitano, ma gi­ra intorno alla sua figura: per paragone, per denunciare un’asimmetria, per susci­tare l’attesa di un cambiamento.

Quale? Fuori dal palazzetto dello sport di Benevento Denis Verdini, fra i coordinatori del Pdl, parla della Costitu­zione come di «uno strumento obsole­to », da cambiare radicalmente, così co­me la Consulta. Il ministro Rotondi si ac­coda, anche se vedendo come unica via d’uscita «il ritorno all’immunità parla­mentare ». E lui, Berlusconi, che dal pal­co dice e non dice? «Prepara un altro pre­dellino », sono convinti alcuni degli ami­ci. Metterlo a fuoco però non è ancora impresa facile per gli stessi consiglieri più stretti.

La cosa certa è che il Quirinale resta nel mirino. Un altro dato, un dettaglio, ma significativo, dell’umore, è quello che il Cavaliere ripete: «Siamo in guerra e come in guerra ci comporteremo». An­che una convinzione, non secondaria, fa parte di una strategia al momento indefi­nita: il premier e i suoi uomini pensano (nonostante alcune ricostruzioni di fon­te giudiziaria sulle probabili prescrizioni dei processi che riguardano Berlusconi) che una condanna in primo grado è più che possibile, già l’anno prossimo.

Lo scenario è stato già analizzato nei dettagli e nelle conseguenze. Un capo di governo condannato per frode fiscale: a quel punto non sarebbero né l’opposizio­ne né i media, italiani o stranieri, a pro­vocare la crisi, ma (ne sono convinti nel governo) una sola parola pronunciata dalla prima carica dello Stato. Quella sì che avrebbe effetti immediati e deva­stanti.

E se lo scenario appena descritto ha una fondatezza allora parlare di riforma in senso presidenziale, di ritorno a una «rivoluzione liberale», magari modifi­cando gli equilibri di potere del 1948, po­trebbe servire al Cavaliere (al di là delle reali intenzioni) anche come strategia preventiva, utile a sterilizzare gli effetti di una dichiarazione istituzionale all’in­domani di una condanna penale. In due parole: minare l’autorevolezza di una fi­gura per depotenziarne la funzione.

Ci sarebbe il paradosso di un premier condannato che prova a restare in cari­ca, ma che ovviamente si presume inno­cente sino a giudizio definitivo, come tutti i cittadini. Sarebbe un’anomalia in­ternazionale, ma solo una delle tante del nostro Paese.

Allo scenario descritto si affianca un altro piano della «guerra». Altre perso­ne, in un binario parallelo, stanno stu­diando in Parlamento, in queste ore, «al­meno tre o quattro ipotesi» per sospen­dere nuovamente i processi del premier. Una fra quelle sul tappeto è ovviamente il ritorno a quelle norme di procedura penale definite «blocca-processi», accan­tonate quando si decise di puntare sul lo­do Alfano. Anche se ogni tanto lo stesso Berlusconi lascia trasparire il suo fasti­dio per quel lungo elenco di leggi, emen­damenti e provvedimenti vari che negli anni i suoi collaboratori hanno messo in piedi per tutelarne la carica dai processi senza riuscire ad ottenere (tutti) gli effet­ti sperati. In quel momento vagheggia di un predellino «costituzionale» in cui i poteri dello Stato si rimescolano, modifi­cando le guarentigie delle istituzioni. Su quel predellino non ha ancora deciso se salirci. Anche se ieri ha citato Francia e Gran Bretagna, «in cui i pm sono sotto­posti al ministero della Giustizia». Un’al­tra, possibile, tentazione.

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