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G20, la parodia della globalizzazione

Cari amici.

Il G20 è finito ed ha prodotto una sequela di buone intenzioni oltremodo contraddittorie.

Si vuole sostenere la domanda, ma nello stesso tempo ridurre il deficit, il tutto senza aumentare le tasse.

Ciò è impossibile che possa avvenire.

Si parlava di tasse da imporre alle banche, ma il G20 non ha saputo prendere alcuna decisione autorevole, che sarebbe stata a mio giudizio auspicabile per ridare un pochettino di visibilità al potere politico.

Pare che tutti stiano soprattutto attenti a non far irritare i mercati finanziari, i quali si approfittano di ogni debolezza dei governi e delle comunità residenziali per incrementare il proprio potere e i profitti potenziali da conseguire.

Intanto i problemi mondiali restano immutati a carico della povera gente, che soffre per mancanza di considerazione da parte della politica e dell’ economia: Fame, malattie, disoccupazione, inquinamento, eccessivo spreco e accaparramento delle risorse naturali.

La soluzione di questi problemi non può essere lasciata al mercato, perchè non è conveniente per chi vuole speculare.

La comunità umana è obbligata ad andare d’ accordo, a trovare le risorse economiche per risolvere i problemi del nostro pianeta, a cercare dei metodi più equi per redistribuire il valore economico tra i residenti.

Forse al G20 sono mancati questi punti di discussione, o forse ne hanno discusso ma hanno deciso di non prendere alcuna decisione in merito, ma la storia si ricorda tutto, e i problemi irrisolti graveranno sulla nostra vita e su quella dei nostri figli, a prescindere da come agiscono i cosiddetti “grandi della terra”.

Wall Street Italia

(WSI) – Il focus dell’apertura dei mercati è rivolto al G20 tenutosi a Toronto durante il week end. I Grandi hanno fatto una scoperta sconcertante: la ripresa è fragile e diseguale e risulta quindi cruciale riuscire a darle vigore. Nella bozza del comunicato finale, i partecipanti, affermano che per sostenere la ripresa occorre continuare a mettere in atto i piani di aiuto e di stimoli esistenti, cercando, allo stesso tempo, di creare le condizioni affinchè la domanda privata aumenti.

Beh, grazie di avercelo detto, pensavamo andasse tutto bene. Per quanto riguarda invece il discorso deficit, i Paesi del G20 si sono impegnati a favore di piani fiscali che dimezzeranno i disavanzi entro il 2013: le economie con gravi problemi fiscali dovranno altresì accelerare il ritmo del consolidamento. I piani di risanamento, avverte però il comunicato, dovranno essere favorevoli alla crescita. Grazie anche di questo.

Sul lato protezionismo è stato palesato e rafforzato l’impegno, per quattro anni, a non innalzare barriere. L’apertura dei mercati, secondo i partecipanti, svolge un ruolo essenziale a sostegno della crescita e della creazione di posti di lavoro e contribuisce agli obiettivi definiti nel quadro di azione del G20 per una crescita forte, sostenibile ed equilibrata.

L’ultimo punto degno di nota risulta essere legato al discorso povertà nel mondo: il G20 ha perso l’occasione di ridurre la povertà attraverso la creazione di una tassa sulle banche, che sarebbe servita ad aiutare tutte le persone impoverite dalla crisi economica. Voto: 2. Un meeting, oseremmo definire, di forma, perché di sostanza ce n’è davvero poca.

Ed in un momento come quello attuale di tutto abbiamo bisogno, tranne che della mancanza di concretezza. Passiamo oltre, ulteriori commenti non servirebbero a nulla e concentriamoci sulla settimana che ci apprestiamo a vivere per cercare di trovare degli spunti interessanti in grado di farci prendere profitto sui mercati. Gli appuntamenti più importanti cominceranno da mercoledì, quando vedremo in pubblicazione il Pil della Gran Bretagna, atteso come il precedente a -0.2% sull’anno. Nella stessa giornata anche il Canada ci comunicherà come si sta muovendo il suo GDP, e le attese per il mese di aprile stimano un miglioramento dello 0.1% contro un precedente 0.6%.

Il secondo grosso appuntamento ci aspetta venerdì, con i Non Farm Payrolls per il mese che sta volgendo al termine: dopo l’ultimo dato che ha mostrato una creazione di posti di lavoro pari a 431.000 unità durante il mese di maggio (dovremo vedere se questa rilevazione verrà rivista), ci si attende un dato negativo (-110k) che se confermato, darebbe un’ulteriore scossone all’intero sistema economico mondiale. Anche il tasso di disoccupazione, dopo il miglioramento da 9.8% a 9.7% mostrato il mese scorso, è atteso in retromarcia a 9.8%.

Passiamo all’analisi tecnica, cominciando dall’immancabile, e preferito dal mercato, eurodollaro. Notiamo come la tendenza evidenziata negli ultimi giorni sia tuttora rispettata. La tendenza che contiene i minimi crescenti dal 1.1880 suggerisce così un supporto per le prossime ore nei pressi di 1.2275, mentre continuiamo ad ipotizzare un punto di arrivo nei pressi del doppio massimo di 1.2460: questo potrà avvenire sempre che la prima resistenza di breve, evidenziata a 1.2395 durante la notte, sia oltrepassata.

Allo stesso modo, ma invertita, continua la tendenza ribassista sul cambio UsdJpy, con una resistenza dinamica ogni giorno inferiore grazie alla trendline, questa volta ribassista, che congiunge i massimi decrescenti da 92.85 visto ad inizio giugno. Gli obiettivi di questa tendenza sono dati a 89 figura e a 88.25. Per osservare una ripresa di forza del biglietto verde invece dovremmo assistere al superamento di questa trendline, che per le prossime ore transita in area 90.80.

Il cable ha oltrepassato di qualche punto il livello di doppio massimo a 1.5050 e si trova in questi istanti proprio nei paraggi. L’idea è che la tendenza sia ancora rialzista e che una strategia a favore di sterlina debba contemplare una protezione cautelativa al di sotto del livello di supporto a 1.4830. Finobacci in questo caso suggerisce che una rottura definitiva della resistenza sopra indicata debba ricondurre i prezzi al punto di partenza della discesa iniziata ad aprile, in area 1.55.

Seppure abbia fornito un segnale, provando una rottura ribassista, il cambio GbpJpy rimane ancora all’interno del range suggerito da alcuni giorni. I due livelli ricordiamo ancora, sono dati da 133.20 e da 135.90 e una strategia di breakout, arrivati a questo punto, forse potrebbe essere la più profittevole.

Il cambio UsdChf, complice un dollaro in una fase di debolezza ed un franco mai così forte nella storia dell’euro, mette a segno obiettivi ribassisti con estrema facilità. Saltato definitivamente 1.1030, venerdì, non ci resta che confidare in 1.0820 (livello chiave non solo perché suggerito dal 50% di ritracciamento del movimento rialzista iniziato a 99.25 e culminato a 1.1730, ma anche perché qui transita la linea di supporto dinamica che congiunge i minimi sempre superiori dello stesso movimento iniziato lo scorso novembre).

Parlavamo dell’euro nei confronti del franco, ebbene oltre a registrare minimi “storici” sempre inferiori sarebbe difficile fare altro. Chi si intende di Elliott, e tra i nostri lettori ce n’è più di quanti ce ne aspettassimo, e sta vedendo in questo ultimo movimento ribassista una quinta onda discendente sa anche che l’obiettivo è ben al di sotto di quanto visto adesso: la proiezione in questo caso indica un obiettivo prossimo a 1.30! Anche in base a questa premessa continuiamo a suggerire la massima cautela a chi volesse entrare lungo a favore della ripresa della moneta unica.

Il sole 24 ore

TORONTO – Un G-20 quello di Toronto che si è chiuso su acrobazie temporali: sostegno allacrescita nel breve termine, ma forti riduzioni dei disavanzi pubblici nel medio termine. Con un avvertimento degli Stati Uniti d’America: «Non saremo più il locomotore per le esportazioni degli altri paesi», come ha detto Barack Obama nella conferenza stampa finale. La festa insomma è finita.

Si è parlato ovviamente anche d’altro, tra una partita di calcio e l’altra, della riforma del sistema finanziario degli impegni comuni a ratificarla al G-20 di novembre, della stabilità dei mercati, della tassa sulle banche… Su tutto però ha dominato questo delicato equilibrio fra breve e medio termine, con la decisione di tagliare i disavanzi. L’impegno nel documento finale è per tagli drastici: i paesi membri ridurranno del 50% i propri disavanzi pubblici entro il 2013. Subito dopo si passerà ad attaccare l’indebitamento.

Obiettivi possibili? Realizzabili, con una forbice così stretta fra breve e medio termine? E’ su questo che già ieri sera ci si interrogava a Wall Street dopo aver sentito l’impegno sottoscritto dallo stesso presidente Barack Obama, che ha tuttavia tenuto l’accento soprattutto sulla necessità di difendere prima di tutto la crescita a breve. Con una piccola nota polemica – e sibillina – verso l’Europa: «I nostri amici europei si confrontano con decisioni difficili, ma la nostra solidità fiscale di domani dipende dalla nostra possibilità di creare posti di lavoro e crescita oggi…solo allora potremo raggiungere l’obiettivo di tagliare del 50% il nostro disavanzo federale entro il 2013», ha detto il presidente americano. Per ciò che riguarda l’Europa non era chiarissimo a che cosa il presidente si riferisse: ai problemi con cui ci confrontiamo per la tenuta dell’euro? A quelli di Grecia e altri paesi “fragili”, la Spagna ad esempio, come aveva indicato sabato il segretario al Tesoro Tim Geithner? Alle apparenti ostinate resistenze tedesche a manovre di stimolo? Alle rigidità strutturali che ci perseguitano? La chiave di lettura ce l’aveva data appunto sabato Geithner: «Paesi sotto l’attacco dei mercati sono ovviamente esonerati e debbono urgentemente rimediare ai loro problemi più diretti… ma gli altri debbono assumersi le loro responsabilità».

In ordine sparso. Ognuno insomma farà la sua parte a seconda delle sue possibilità. C’è da dire che le differenze così marcate con la Germania sono anche loro un falso dibattito. Berlino ha in bilancio per i prossimi due anni misure espansive più aggressive di quelle americane, che termineranno a settembre. Ecco dunque il compromesso: si accetta in modo esplicito la severità fiscale di medio termine in cambio di un appoggio alla crescita a breve.

Ma c’è sui mercati un interrogativo di fondo: come potrà l’America portare a termine senza danni economici una manovra che potrebbe aggirarsi sui 500 miliardi di dollari in pochi anni? Il disavanzo pubblico infatti è pari a circa il 10% di un Pil calcolato al di sopra dei 10.000 miliardi di dollari. C’è una risposta che spaventa: con radicali tagli di spesa e forti aumenti delle tasse. Orrore. Ma c’è una terza via. Il ragionamento di Obama è semplice: se sosterremo la crescita, aumenterà l’occupazione, aumenterà la domanda, aumenteranno i profitti aziendali e aumenteranno in modo naturale gli introiti fiscali per le casse dello stato. Promesse facili a quattro anni, ma impegnative quando si tratterà di vedere come poi saranno andate davvero le cose. Già oggi vedremo come reagirà Wall Street. L’equazione ovviamente non sarebbe completa se non ci fosse un ruolo di continuità espansiva da parte delle banche centrali. La Fed ha confermato che manterrà i tassi su questi livelli, cioè vicini allo zero, fino a quando ce ne sarà bisogno, e che utilizzerà strumenti per «iniettare altra liquidità sul mercato».

Come abbiamo anticipato, Obama è anche partito all’attacco sulla combinazione tasso di cambio/rilancio dei commerci. Ha dedicato una buona parte della sua conferenza stampa alla questione della rivalutazione dello yuan cinese, al rilancio del Doha Round, all’ingresso di Mosca nel Wto, all’accordo di libero scambio con la Corea del Sud, che vuole firmare in novembre, all’intesa per esportare pollame americano in Russia «la guerra delle galline è finita e sono miliardi di dollari..” aveva detto scherzando dopo il vertice con Dimitri Medvedev. Il tutto condito da un messaggio di fondo aggressivo: Dopo anni di indebitamento interno eccessivo l’America non prenderà più a prestito per acquistare prosperità per il mondo intero. Ho detto ai miei amici del G20 che nessuno deve assumere che la sua prosperità potrà essere semplicemente garantita da esportazioni in America. Anzi, ho detto chiaramente che l’America competerà con tutte le sue forze per i mercati all’esportazione…».

Un avvertimento duro. Con un monito alla Cina: grazie per aver promesso di rivalutare lo yuan, «… ma vi aspetteremo al varco, dovremo vedere di quanto poi si rivaluterà davvero, non ci aspettiamo il 20% in pochi giorni ma ci aspettiamo risultati da qui a tre mesi…». Obama ha anche attaccato Pechino per il copyright e per altre violazioni di accordi commerciali. Un presidente battagliero insomma. Il “nuovo” Obama, sensibile al “decisionsimo” e alle “linee dure”.

Per l’Europa c’è implicito un messaggio chiaro: se vogliamo restare competitivi dobbiamo muoverci dobbiamo ridurre le rigidità strutturali e cambiare quella mentalità che vediamo troppo spesso emerge nel nostro paese. L’ultimo esempio lo abbiamo visto nella vecchie diatribe su Pomigliano, in cui ci si arrocca sul passato senza capire che tutti, ormai anche l’America – non solo la Cina, l’India o il Brasile – a questo punto scendono in campo non più per vendere.

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