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L’ acqua è un bene comune

Cari amici,

Il referendum contro la privatizzazione dell’ acqua l’ ho firmato anch’ io, e come me, ben 1,4 milioni di persone si sono dichiarate contrarie alla privatizzazione dell’ acqua.

Non riesco a capire perchè mai sia così difficile capire perchè bisogna tornare a preservare la proprietà comune.

Le montagne, i mari, i fiumi, le pianure sono dell’ umanità, la quale, chissà perchè, si è suddivisa in tante nazioni diverse.

L’ acqua, in particolare, non può essere venduta come una merce, e quando lo si fa i risultati sono antieconomici.

Per scoprire qunato è vera questa affermazione, basta andare in un qualsiasi supermercato e fare una breve analisi dei prezzi attribuiti all’ acqua venduta in bottiglia come “minerale”.

Per ciò che mi riguarda bevo dal rubinetto di casa mia, e mi dispiacerebbe se un giorno qualcuno me la vendesse come “minerale”.

Se proprio devo pagare, preferisco che sia lo stato a chiedermi un contributo, perchè è più controllabile e meno “asetticco” del prezzo di mercato.

Le questioni economiche relazionali in ballo sono parecchie, e ne dobbiamo discutere bene e a lungo.

E’ necessario decidere in che mondo dovranno vivere i nostri figli, e poi iniziare a costruirlo.

Questo è un tempo in cui siamo chiamati ad essere sognatori pragmatici, idealisti aggrappati alla realtà, cittadini attenti e preoccupati della vita democratica.

Non è più scontato quello che scegliamo; la nostra libertà non è più così garantita dalle leggi, e pertanto dobbiamo fare di tutto per mantenerla viva ed attuale.

Il Sole 24 ore

Sono oltre un milione e quattrocentoduemila le firme raccolte e presentate oggi in Cassazione per ognuno dei tre quesiti referendari contro la privatizzazione dei servizi idrici. In tutto 525 scatoloni, 175 per ogni quesito, consegnati dal comitato referendario costituito da una miriade di associazioni, comitati, organizzazioni non governative di sinistra e cattoliche e apolitiche

«Nessun referendum nella storia della Repubblica ha raccolto tante firme – spiega Paolo Carsetti del comitato promotore – un segnale di attenzione da parte dei cittadini, un risveglio democratico che ha coinvolto realtà inaspettate e garantito questi risultati». Slogan della campagna referendaria: «L’acqua non si vende». L’acqua, dicono i referendari, è un bene essenziale che appartiene a tutti: nessuno può appropriarsene, né farci profitti.

Sintetizzando i 3 quesiti, spiega Carsetti, di potrebbe dire «fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua», Con il primo quesito i referendari chiedono l’abrogazione dell’articolo 23-bis del decreto Ronchi, che privatizza la gestione dell’acqua pubblica in Italia. Con il secondo quesito si chiede l’abrogazione dell’articolo 150 del decreto ambientale 152/2006 che definisce le modalità di affidamento del servizio idrico a società di capitale nelle forme di società private, miste e in house. Il terzo quesitovuole cancellare il comma 1 dell’articolo 154 dove viene definita la costituzione della tariffa che prevede la possibilità di fare profitti nella gestione dell’acqua.

Il combinato disposto dei tre quesiti comporterebbe, per l’affidamento del servizio idrico integrato, la possibilità del ricorso all’articolo 114 del dlgs 267/2000, che prevede il ricorso a enti di diritto pubblico (azienda speciale, azienda speciale consortile, consorzio fra i Comuni), o a forme societarie che qualificherebbero il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e scevro da profitti nella sua erogazione. Il comitato referendario punta poi all’approvazione di una legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400mila firme di cittadini.

Ora il comitato promotore ha chiesto al Governo di emanare un provvedimento che disponga la moratoria degli affidamenti di servizi idrici previsti dal decreto Ronchi almeno fino allo svolgimento del referendum, previsto per la prossima primavera. Viene chiesto anche alle amministrazioni locali di non dare corso alle procedure previste dal decreto Ronchi.

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