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La danza delle monete

Cari amici,

In questo tempo così strano, nel nostro piccolo paese vediamo i valori attribuiti alle valute che cambiano velocemente come il tempo.

Non riusciamo a capire perchè il nostro pane di ogni giorno, anche se è sempre lo stesso, vale diversamente se lo vendiamo in America o in Cina.

In effetti è strano come il valore delle cose sia calcolato in modo incomprensibile, e spesso ingiusto.

Chi ci perde? Chi ci guadagna?

I giornalisti consumano le dita sulle tastiere dei computers cercando di convincerci di essere più ricchi, oppure più poveri, a seconda del vento politico che si vuole prendere.

Ma a noi comuni cittadini non potrebbe fregare di meno di queste discussioni, perchè in realtà noi non contiamo nulla!

Statisticamente parlando, solo pochissime persone nel mondo hanno il potere di influire sul valore delle monete e dei mercati finanziari.

Si può chiamare “oligarchia” questo potere che ci schiaccia, che chiude le fabbriche per incrementare il valore produttivo della manodopera, ed aumentare così il valore azionario.

Questa situazione è profondamente ingiusta, ed inoltre provoca lo spreco di tutto ciò che non può tradursi in valore finanziario.

Infine, è necessario anche ricordare che ormai gli squilibri di valore finanziario sono diventati ingovernabili.

Ancora pochi mesi fa l’euro era a quota 1,50 sul dollaro! Adesso punta verso 1,20 o forse arriverà ancora più giù.

Questa schizofrenia non ha alcun fondamento economico giustificabile, e serve solo a creare speculazione.

La repubblica

NEW YORK – Addio vacanze a Manhattan con incursioni da Brooks Brothers, Ralph Lauren e Tommy Hilfiger a prezzi di saldo. I turisti italiani non si sentono più dei magnati a Disney World, Orlando. In compenso Mercedes è la prima casa europea a cantare vittoria senza pudori: +22% di vendite sul mercato americano. Benvenuti nel mondo alla rovescia  –  capovolto rispetto agli ultimi cinque anni  –  dove l’euro è carta straccia e il dollaro è moneta forte. Consumo, turismo, esportazioni, energia e ambiente, costo del denaro: tutte le coordinate della vita quotidiana sono da rivedere. I conti vanno rifatti per capire l’impatto di questo terremoto: ancora pochi mesi fa l’euro era a quota 1,50 e adesso punta verso 1,20 o forse ancora più giù. Non era mai accaduto, per lo meno non concentrato su un tempo così breve, uno choc tanto brutale nei rapporti tra le due monete più usate del pianeta. Chi ci guadagna, chi ci perde? Dietro gli effetti immediati, quali saranno le conseguenze di lungo periodo?

I grandi scenari di geopolitica sono quelli che hanno attirato l’attenzione. L’Eurozona si è scoperta sfiduciata dai mercati. Lo spettacolo d’impotenza è diventato crudele quando Barack Obama ha dovuto improvvisarsi “arbitro” dell’Unione telefonando ad Angela Merkel e José Luis Zapatero per richiamarli alle loro responsabilità nella crisi. Il tracollo dell’euro ha sancito questa perdita di coesione e di rilevanza. Ma è davvero solo una catastrofe? Se così fosse, perché l’America non piangeva quando era il dollaro a subìre un declino che sembrava inarrestabile? E perché la Cina manipola il suo renminbi per tenerlo il più debole possibile?

Il pragmatismo americano si riflette in questi giorni nei mass media: dal New York Times al Wall Street Journal i commenti sul disfacimento dell’Eurozona sono severi; ma si affiancano ad analisi spassionate sui benefici (per noi) della svalutazione competitiva. La maggioranza degli economisti americani giudica 1,20 la vera parità di equilibrio tra euro e dollaro. In altri termini: finché l’euro vale di più, tutti i nostri prodotti dalle calzature italiane agli Airbus soffrono un deficit di competitività sul mercato americano (e sui mercati terzi dove siamo in concorrenza con produttori americani). Un altro indicatore è il celebre Big Mac Index usato da The Economist. Confrontando il prezzo di un hamburger MacDonald in tutti i paesi del mondo, misura la “vera” parità tra le monete. Ne risulta che due mesi fa l’euro era ancora sopravvalutato del 25% sul dollaro. E non dimentichiamo che poco dopo la sua nascita l’euro scese fino a 80 centesimi di dollaro. Alcuni indicatori empirici suggeriscono che la parità ideale sarebbe uno a uno.

Ma queste grandezze “macro” non dicono chi ci guadagna e chi ci perde nei singoli paesi. Ed è questo che conta davvero. In Francia già esultano per l’euro debole i produttori di profumi come il colosso Lvmh, e gli esportatori di formaggi. Il capo di Airbus Hans-Peter Ring calcola che finalmente il “colosso dei cieli” A380 potrà andare in utile. Non a caso il gruppo aeronautico Eads guadagnava il 5% quando tutte le Borse europee precipitavano. Per ogni paese, Italia inclusa, i settori che hanno vocazione all’export sono beneficiati. E l’industria turistica del Mediterraneo finalmente vedrà tornare in massa gli americani: alla Silversea Cruises, uno dei maggiori tour operator Usa delle crociere, le prenotazioni sono in risalita del 10%. Per i settori industriali italiani che sono in diretta concorrenza con il made in China, il beneficio è duplice. Finché il renminbi è agganciato al dollaro, si rivaluta di altrettanto verso l’euro.

L’Italia ha una sua vulnerabilità rispetto ad altre nazioni europee: l’alta dipendenza energetica. Il ribasso dell’euro rende meno care le nostre merci all’estero, ma aumenta il prezzo del petrolio. Sale la bolletta energetica, anche se questo non è sgradito agli ambientalisti: equivale a una carbon tax, che disincentiva i consumi di carburanti fossili. Il rincaro delle importazioni accentua un altro pericolo legato al massiccio intervento della Bce per comprare titoli pubblici: se l’Eurozona stampa moneta, questo prima o poi alimenterà l’inflazione. Riducendo di altrettanto il potere d’acquisto dei consumatori. I risparmiatori sono già oggi più “poveri” per il calo delle Borse, ma rischiano di esserlo ancora di più quando arriverà il conto degli aiuti alle banche: il piano salva-euro da 750 miliardi, per molti aspetti è un piano salva-banche, perché sono loro ad avere i bilanci pieni di Bot dei paesi insolventi. Ma l’incognita maggiore è un’altra. Se la spirale della sfiducia contagia l’America e la Cina, allora ci sarà un contraccolpo sui loro consumi. Non servirà l’euro debole a vendere di più, se si gela la domanda mondiale.

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