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L’ economia è una scienza o una fede?

Economia scienza o fede? Leggo dal Sole 24 ore di oggi che è previsto un processo pubblico agli economisti che “non” hanno previsto la crisi.

Un’ iniziativa lodevole, che sarà realizzata dagli studenti di economia, i quali assumeranno il ruolo di giuria popolare.

Approfitto di questa “idea” di giudizio per chiedermi cos’ è “oggi” questa materia che chiamiamo “economia”.

In pratica, un sacco di persone studiose e “colte” passano la vita ad inventare teoremi matematici, sperando che poi la realtà si adegui a ciò che loro “immaginano”.

E poi, quando il futuro arriva inesorabile e si scontra con le fantasie che i cattedratici hanno immaginato, sorge l’ esigenza di spiegare “perchè” i loro sogni non si sono avverati.

Questa visione pare assurda, ma è esattamente quanto avviene nelle aule delle nostre università!

Non a caso l’ articolo del sole 24 ore “apre” con la classica battuta: «Un economista è un esperto che verrà a sapere domani perché ciò che ha previsto ieri non si è verificato oggi».

Credo che sarebbe opportuno “aprire gli occhi” e riconoscere onestamente che la realtà sociale non si può prevedere.

Da questa verità a mio giudizio evidente, discende che l’ economia, essendo costituita da azioni sociali di contenuto economico, sia anch’ essa imprevedibile.

Il grande economista John Maynard Keynes aveva piena consapevolezza di questo “problema irrisolvibile”, e pertanto esortava i suoi “colleghi” a prendere coscienza della realtà, al fine di non rendersi ridicoli.

Chiudo questo articolo citando le sue idee, a mio giudizio attualissime:

“In realtà noi abbiamo, di regola, solo la più vaga idea di ogni conseguenza de nostri atti che non sia delle più immediate.
Il fatto che la nostra conoscenza del futuro sia fluttuante, vaga e incerta rende “la ricchezza” un argomento di studio particolarmente inadatto per i metodi della teoria classica.

Tale teoria potrebbe funzionare molto bene in un mondo in cui i beni economici fossero necessariamente consumati entro un breve intervallo di tempo dalla loro produzione.

Con il termine “conoscenza incerta”, vorrei spiegare, non intendo semplicemente distinguere ciò che è conosciuto con certezza da ciò che è solamente probabile.
Il gioco della roulette non è soggetto, in questo senso, a incertezza, nè lo è la prospettiva che un titolo del debito della “Vittoria” venga estratto per il rimborso; ancora, la speranza di vita è solo leggermente incerta, e anche il tempo atmosferico è solo moderatamente incerto.

Il significato in cui io uso questo termine è quello per cui si può dire che sono incerti la prospettiva di una guerra in Europa (o in Iran n.d.r.), o il prezzo del rame (o del dollaro, o dell’ acqua…n.d.r.), e il tasso di interesse (euroribor….n.d.r.) da quì a vent’ anni, o l’ obsolescenza di una nuova invenzione, o la posizione dei proprietari di ricchezza privata (Capitalisti…n.d.r.) nel sistema sociale del 1970 (2010..n.d.r.).

Su queste cose non c’ è alcuna base scientifica su cui poter fondare un qualsivoglia calcolo probabilistico.

Noi, semplicemente, non sappiamo”.

Il Sole 24 ore

TRENTO – «Un economista è un esperto che verrà a sapere domani perché ciò che ha previsto ieri non si è verificato oggi»: la battuta (anonima) compare nel libro di Roberto Petrini “Processo agli economisti” (edizioni Chiarelettere), presentato sabato mattina al Festival di Trento e citato in apertura del “Tribunale della crisi” dal suo “presidente”, l’inviato del Corriere della Sera negli Stati Uniti Massimo Gaggi. Novità del Festival di quest’anno, per tre giorni – dal 30 maggio al 1° giugno alle ore 12 – vengono “processati” prima gli economisti, poi i controllori e i politici (domenica) e infine il mondo della finanza (lunedì). Una giuria popolare, composta da un gruppo di studenti universitari selezionati dall’ateneo di Trentino, emetteranno il verdetto il giorno seguente, immediatamente prima del nuovo processo.

Sabato il ruolo di pubblico ministero è stato sostenuto da Roberto Perotti, docente dell’università Bocconi di Milano ed editorialista del “Sole 24 Ore” – che non ha nascosto di sentirsi lui pure, in quanto economista, in qualche modo sul banco degli “accusati” – mentre per la difesa ha parlato Luigi Guiso, già economista del servizio studi della Banca d’Italia e attualmente professore all’Istituto universitario europeo di Firenze. Chiamati a testimoniare, come persone informate sui fatti, Nicola Persico, docente alla New York University, dopo avere insegnato all’Ucla di Los Angeles e alla Pennsylvania University; in tele conferenza è intervenuto anche Nouriel Roubini, relatore in una delle precedenti edizioni del Festival, e uno dei pochi che, già nel 2006, aveva anticipato i fattori della crisi e, in particolare lo scoppio della bolla immobiliare, lo shock petrolifero, la recessione.

Il “pubblico accusatore” Perotti – parlando nella sala dove si riunisce il Consiglio della provincia autonoma e avendo come sfondo il dipinto del primo vescovo di Trento san Vigilio, opera del pittore futurista trentino Fortunato Depero – non ha raccolto le critiche più scontate e superficiali, come ad esempio quella che ritiene gli economisti ancora fermi alla concezione delle aspettative razionali e dei mercati efficienti e quindi fuori dal mondo reale e incapaci di prevedere le bolle finanziarie. Altre, secondo Perotti, sono le accuse: «Quando – il 9 agosto 2007 – scricchiolarono i primi “hedge fund” e i tassi interbancari a brevissimo termini registrarono un’improvvisa impennata, gli economisti in generale non conoscevano gli ultimi sviluppi del mercato del credito, dove si era creato una sorta di sistema bancario ombra con un uso smodato della leva finanziaria (alcuni titoli cartolarizzati erano garantiti con una “leva” di uno a cento, cioè un dollaro di riserva per cento dollari assicurati). Anche diversi “senior manager” di importanti banche americane non avevano per nulla valutato i rischi macroeconomici cui esponevano i loro istituti».

Né miglior figura, secondo Perotti, hanno fatto i maggiori banchieri centrali: senza risalire alla politica dei bassi tassi di interesse di Greenspan quando dirigeva la Fed, «ancora nell’estate 2008, quando la Bear Stearns già era con le gambe all’aria, la Banca centrale europea presieduta da Trichet decideva di alzare i tassi di interesse dell’area euro temendo i rischi di inflazione; sull’altra sponda dell’Atlantico, Ben Bernanke ha in qualche modo riconosciuto di non aver compreso subito i rischi sistemici della crisi finanziaria e, probabilmente, si è pentito di aver lasciato fallire la Lehman Brothers.

Una condanna, per l’accusatore Perotti, dunque ci vuole. Non è d’accordo l’avvocato difensore Guiso, perché «il timing della crisi non poteva essere previsto», anche se, ha aggiunto, «molti qualcosa sapevano, ma non lo scrivevano». Un messaggio di serietà è però giunto in tele conferenza da Rubini: lui ha capito, perché «sapendo leggere il passato, si può comprendere e interpretare il presente».

«L’economia è una scienza imperfetta: gli economisti – ha ricordato Guiso – hanno semmai previsto quel che era prevedibile. E non dimentichiamo che alcuni di loro già nel 2004 avevano saputo indicare le avvisaglie del crollo, con grande lucidità». Di supporto Nicola Persico ha citato due nomi di economisti che avevano delineato scenari piuttosto foschi: Raghuram Rajan, capo economista del Fondo monetario internazionale e Robert Shiller dell’università di Yale. «Lucida preveggenza la loro se si pensa che già nel 2006 parlavano dei rischi di prosciugamento del credito e della necessità di una politica dei tassi bassi che necessitava di controlli e vigilanza».

La “giuria popolare” di trenta giovani universitari – tredici dal Nord Italia, nove dal Centro, sette dal Mezzogiorno e quattro dall’Albania – selezionati dalla facoltà di Economia dell’università di Trento, che ha tenuto conto dei profili e delle motivazioni da loro inviati, è riunita in “Camera di consiglio” per elaborare la sentenza che sarà annunciata a mezzogiorno di domenica.

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