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Il Ponte sullo stretto non è ancora iniziato,

e già costa 800 milioni in più

 

Cari amici,

Il costo del ponte sullo stretto è già aumentato di ben 800 milioni di euro.

…e ancora deve iniziare!!

Per ciò che può servire, scrivo che quest’ opera è inutile, costosa, dannosa per l’ ambiente e per la nostra economia.

Il ponte peserà sui conti pubblici del nostro paese per decenni!

Sarà una vergogna pubblica che forse i nostri nipoti vedranno ultimata, ma che non avrà alcun ritorno economico.

…complimenti a chi ha immaginato questa prodigiosa cattedrale nel deserto!!

….davvero grazie!

Il governo conferma ancora una volta la priorità assoluta del ponte sullo stretto di Messina che oggi ha visto l’avvio dei lavori preliminari da 26 milioni della “variante di Cannitello”, necessari per spostare un’interferenza ferroviaria con il futuro cantiere della torre del ponte, dal lato della Calabria. Gli unici fondi che l’Anas incassa dalla finanziaria 2010 sono i 470 milioni disponibili dal 2012 e destinati alla sottoscrizione della quota di capitale della società Stretto di Messina.

L’urgenza del ponte è confermata dalle procedure straordinarie per l’aggiornamento degli appalti con il general contractor e della convenzione, prima con un commissario straordinario (l’amministratore delegato di Stretto di Messina Pietro Ciucci), poi per legge, saltando la firma dei ministri Matteoli e Tremonti al decreto di approvazione. Il risultato dell’operazione che ha consentito di rimettere in moto l’opera è un aumento dei costi totali da 6.100 a 6.349,8 milioni, di cui 5.795,2 milioni per le opere e 554 milioni per oneri finanziari.

A beneficiare della crescita dei costi è il general contractor Eurolink guidato da Impregilo con il 45% insieme alla spagnola Sacyr, a Condotte, alle cooperative di Cmc, al consorzio Aci e alla giapponese Ishigawa che ha curato progettazione e ingegneria: il valore del contratto è lievitato di 800 milioni, arrivando a 4.730 milioni. Un salto attribuito dalla Stretto di Messina all’adeguamento dei prezzi, all’aggiunta di opere complementari come la stessa variante di Cannitello (passata dalle competenza di Rfi a quella di Stretto di Messina), all’accordo sui risarcimenti a Eurolink per il congelamento dell’opera nel 2006.


Il piano finanziario è ancora «atto riservato», nonostante l’approvazione del commissario e la presa d’atto del ministero delle Infrastrutture e del Cipe. La copertura finanziaria è ripartita su due voci pubbliche per un totale di 2.500 euro e su un «residuo in project financing» che dai documenti del governo ammonterebbe a 3.295 milioni (al netto degli oneri finanziari). La quota pubblica sarebbe quindi del 43% contro il 57% di quella privata. Se consideriamo anche il costo degli oneri finanziari la quota pubblica scende al 39,4% contro il 60,6% di quella in project financing. Nella sostanza viene rispettato il rapporto 40-60 caratteristico del primo piano finanziario del 2003. L’andamento dei mercati finanziari e le vicende controverse del Ponte rischiano di rendere però più difficile il reperimento di risorse private, anche perché vanno aggiornate le stime del traffico di veicoli che dovrebbe dare il cash flow dell’opera (insieme al contributo fisso pagato da Rfi).

Anche la quota pubblica, d’altra parte, non è ancora nella cassaforte di Pietro Ciucci, che pure ha avuto rassicurazioni sul punto. Questi 2.500 milioni si dividono in 1.200 milioni da aumento di capitale riservato agli attuali azionisti pubblici (Anas, Fs, le due regioni) e 1.300 da contributo a carico del fondo infrastrutture, previsto dal decreto legge 78/2009 e finanziato con il Fas. Di questa ultima quota la Stretto di Messina ha incassato per ora una prima quota da 12,676 milioni, deliberata dal Cipe il 6 novembre. L’importo residuo è stato assegnato «programmaticamente» in quote annuali spalmate nel corso del piano finanziario, in corrispondenza degli investimenti sostenuti. Un’assegnazione «programmatica» che si tradurrà in realtà «compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica e con le assegnazioni già disposte». L’espressione, fatta inserire dal ministero dell’Economia nella conversione del decreto legge 78, accenna soltanto al cammino che queste quote devono ancora fare per tramutarsi in cassa. Più definito il quadro degli aumenti di capitale: ai 470 milioni decisi dalla finanziaria in favore dell’Anas a partire dal 2012 si aggiungono i 330 milioni deliberati dal Cipe con fondi Fas il 17 dicembre (213 ad Anas, 117 a Rfi) mentre 306 milioni erano stati versati nel 2004 e 100 milioni saranno sottoscritti come quota regionale.

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