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Siamo tutti a bollire in un mare di debiti

Cari amici,

Mi chiedo quando i politici riprenderanno in mano l’ economia, e la finiranno di piegare il capo ai finanzieri e ai banchieri che hanno creato i problemi economici che stiamo vivendo?

I banchieri e i finanzieri hanno dichiarato guerra alla società, e vogliono la restituzione dei loro crediti a costo di infliggere qualsiasi sofferenza alla popolazione.

Mi sembra evidente che la società civile non è in grado di produrre i soldi necessari per rimborsare il frutto dele speculazioni bancarie che hanno provocato i debiti e i buchi di bilancio negli stati e nelle banche private.

Per questo motivo, chiedo ai politici di garantire solo i depositanti, e di far fallire le banche, i banchieri, e gli speculatori.

La politica ha il potere di far finire questa oppressione finanziaria; ha tutti i mezzi per farlo!

Non è possibile far annegare nei debiti gli stati sovrani solo per garantire un sistema ormai totalmente scollegato dall’ economia reale.

La politica deve tornare a governare l’ economia!

Non abbiamo più i soldi per continuare a foraggiare un mercato ormai impazzito e fuori controllo.

I soldi creati dall’ economia reale, devono restare all’ economia reale; la speculazione finanziaria fallisca pure con tutti le sue attività inventate dai mercati speculativi.

E’ una menzogna continuare a sostenere che l’ economia deve essere controllata dalla moneta!

E’ la politica che controlla l’ economia; Il governo dell’ economia è una questione di potere.

Se continuerà questo processo di impoverimento del reddito da lavoro a causa della volontà di mantenere a qualsiasi costo il valore numerario dei debiti creati dalla speculazione finanziaria, prima o poi ci saranno delle sollevazioni di piazza incontrollabili.

La pace si costruisce con la giustizia, non con l’ oppressione.

Il Sole 24 Ore 

Rimangono forti tensioni sull’euro. Come testimonia l’intervento di oggi del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble. «È la nostra moneta comune in gioco», afferma Schauble all’inizio della discussione del bilancio nel Bundestag tedesco e aggiunge: «Dobbiamo assumercene la responsabilità». «La scelta dell’Irlanda di ricorrere all’aiuto della Ue e del Fmi dimostra che la crisi finanziaria ed economica è duratura e dobbiamo concentrare tutti nostri sforzi per controllarla»

Il piano di salvataggio dell’Irlanda non ha riservato sorprese:
circa 90 miliardi, spartiti tra banche e governo. Ma è solo l’inizio del processo; nelle prossime settimane si dovrà definire l’ammontare esatto, la quota a carico delle varie istituzioni, e soprattutto le condizioni. Contrariamente a quanto si creda, la strada non è tutta in discesa: il contributo più sostanzioso, quello dell’European Financial Stability Facility (Efsf) va approvato all’unanimità, e non sarà facile per 16 paesi mettersi d’accordo su che condizioni imporre al governo irlandese.

Ma anche una volta definiti i dettagli, rimarranno due interrogativi. Come già è successo con la Grecia risolvere temporaneamente i problemi di un paese può addirittura aggravare la posizione di altri paesi, come ha mostrato la reazione dei mercati di ieri. Non è solo una questione di contagio: le possibili debolezze dei sistemi bancari e delle finanze pubbliche di Portogallo e Spagna erano note già prima del salvataggio dell’Irlanda.

Il problema è che ogni salvataggio riduce le risorse facilmente disponibili per gli altri: per un paese grande come la Spagna, quello che rimane dei 440 miliardi dell’Efsf dopo che vi avranno attinto Irlanda e Portogallo potrebbe non bastare a rassicurare i mercati. Si dice spesso che sarebbe al più un problema passeggero, perché Portogallo e Spagna non sono né la Grecia (le finanze pubbliche non sono così disastrate) né l’Irlanda (le banche sono più solide, almeno così sembra); ma per alcuni sono in una posizione ancora peggiore, perché hanno un grosso deficit di competitività da cui non è chiaro come potranno uscire.

Il secondo interrogativo riguarda il problema dei problemi: l'”azzardo morale”. I guai dell’Irlanda hanno cause molteplici, ma una componente importante è la garanzia a tappeto che il governo estese nel settembre 2008 – nel pieno del ciclone Lehman – non solo ai depositi delle banche, ma anche a quasi tutti i detentori di bond bancari: queste garanzie valgono oggi circa i due terzi del disavanzo di bilancio del 32 per cento.
O ggi tutti preferiscono dimenticarlo, ma la maggior parte di economisti, commentatori e politici all’epoca lodarono l’Irlanda per aver agito con decisione e aver evitato il collasso del sistema bancario e finanziario.

È l’eterno dilemma dell’azzardo morale: nel mezzo di una crisi finanziaria bisogna salvare chi ha preso rischi eccessivi e spesso insensati per evitare effetti domino; ma così facendo si gettano i semi per un ripetersi di questi episodi, perché gli operatori imparano che qualcuno li salverà al momento buono. A parole, economisti e politici hanno ben presente questo dilemma; ma nei fatti, non è mai il momento giusto per affrontarlo. L’unico modo per farlo è lasciare fallire qualcuno ogni tanto; ma all’apice della crisi, chi ha il coraggio di farlo? E quando il sistema finanziario è calmo, le maggiori istituzioni finanziarie non falliscono.

Per questo la Merkel aveva perfettamente ragione, anche se nessuno osa ammetterlo: è venuto il momento di dire ai mercati che i salvataggi saranno solo parziali, in altre parole che i creditori di un’azienda finanziaria o di uno stato sovrano dovranno sopportare perdite legate ai rischi cui consapevolmente si espongono. Si è detto che facendo questa proposta nel pieno della crisi irlandese, la Merkel ha dimostrato di non comprendere i mercati: al contrario, probabilmente li ha compresi meglio di molti altri.

Allo stesso modo, è raro trovare oggi un economista disposto ad ammettere che Henry Paulson e Timothy Geithner ebbero ragione nel lasciare fallire Lehman. In realtà non ebbero scelta, come la ricostruzione di quei giorni ha dimostrato. Ma, soprattutto in Paulson, c’era anche la volontà di mandare un segnale ai mercati. Un sistema capitalistico non può funzionare se chi prende rischi assurdi, ed è anche male amministrato come lo fu Lehman in quegli anni, può sempre contare su qualcuno che li salvi. Contro le Cassandre di allora, il mondo è sopravvissuto al fallimento Lehman, ed è anzi molto probabile che il sistema finanziario abbia imparato una lezione, anche se pubblicamente nessuno lo ammetterà mai. Nel frattempo Paulson è diventato, a torto, un simbolo di incompetenza nel gestire la crisi finanziaria, una specie di zimbello per economisti, politici e operatori; sarebbe ora invece di riconoscere il servizio che rese al sistema finanziario internazionale prendendo una decisione controcorrente e impopolare, ma necessaria.

 roberto.perotti@unibocconi.it

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