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212.807.628 milioni di dollari creati come bollicine

Cari amici,

Le risorse finanziarie mondiali pesano addosso all’ economia reale, che resta strozzata nei debiti.

Ci sono sapienti economisti che tentano di spiegarci le cosiddette “ricette” economiche per uscire dalla crisi.

C’ è chi impone fardelli ai governi per diminuire e ristrutturare i debiti pubblici.

C’ è chi propone di stampare un’ po’ di moneta al di qua e al di là dell’ oceano per alimentare l’ inflazione e far ripartire l’ economia.

Insomma si dice di tutto, tranne che guardare la realtà, ….ossia che ormai la finanza ci sovrasta e si autoalimenta con numeri creati da numeri, che viaggiano in aria come bollicine.

Negli Stati Uniti, ad esempio, nel 2009 il valore nozionale dei contratti derivati scambiati dai 25 gruppi finanziari più importanti ha raggiunto, al 31 dicembre, 212.807.628 milioni di dollari.

Mi chiedo che succederebbe se questo castello di carte cadesse, e soprattutto c’ è da domandarsi che relazione abbia questa creazione di valore con le deprimenti condizioni dell’ economia americana.

A me sembra di capire che si è formato un tappo tra l’ economia reale e l’ economia finanziaria che ormai soffoca ogni forma di contatto.

C’ è la possibilità realistica che il costo del denaro in futuro si appiattisca su valori bassissimi, perchè se non sono ancora saliti a tutt’ oggi, non vedo che cosa potrebbe succedere di più grave per far salire i tassi di interesse.

Anche in questa situazione di basso costo del denaro, tuttavia, ottenere prestiti diventerà sempre più difficile, perchè il nostro mercato “reale” alle banche interessa sempre di meno: “Lorsignori” preferiscono creare valore finanziario autoalimentato da sistemi di scambio che creano utili nell’ aria, ….come bollicine!

Il sole 24 ore

Sul sito del Comptroller of the Currency Administrator of National Banks è possibile leggere il report dell’ultimo trimestre del 2009 – ma riassuntivo anche dell’intero esercizio – sul mondo dei derivati negli Stati Uniti. I numeri sono, come sempre quando si parta di derivati, impressionanti. Nel 2009 il valore nozionale dei contratti scambiati dai 25 gruppi finanziari più importanti ha raggiunto, al 31 dicembre, 212.807.628 milioni di dollari. Una cifra impressionante.

L’oligopolio delle big five
Di questo enorme business la gestione, di fatto, è nelle mani di sole 5 grandi banche americane: Jp Morgan (78.545.384 milioni di noazionale in derivati intermediati); Bank of America (44.315.928 milioni di dollari); Goldman Sachs (41.595.932 milioni); Citibank (37.546.159 milioni) e Wells Fargo(4.178.720 milioni). L’agenzia americana sottolinea che «sebbene una simile concentrazione crei preoccupazione in chi deve controllare il mercato, esistono alcune situazione che “mitigano” i timori. La prima è che ci sono altri operatori, diversi dalle banche commerciali, attive nel business dei derivati e quindi» l’oligopolio non è poi così forte; la seconda, a ben vedere più una causa di fatto della situazione che una “rassicurazione, «è che operare con simili prodotti richiede competenze e tecnologie sofisticate presenti solo nelle grandi istituzioni; la terza è che il controllo è comunque molto approfondito». Anche in quest’ultimo caso, a ben ragionare, siamo di fronte più ad una “mozione di intenti” che ad una concreta e seria motivazione, in grado di ridurre i timori rispetto ad un mercato troppo concentrato. E che, come più volte ribadito da diversi esperti, pone un altro serio problema: quello degli scambio sui mercati Over the counter (Otc).

I mercati Over the counter
Analizzando i numeri del report, salta fuori che il 95% degli scambi avviene proprio sugli Otc. Si tratta, com è noto, di piattaforme poco trasparenti che non prevedono una clearing house, una stanza di compensazione. Il rischio è che, nell’ipotesi malaugurata dell’insolvenza di uno dei pochi attori in gioco, possa darsi vita -visto il valore altissimo intermediato- ad un rischio sistemico.

I ricavi da trading
L’analisi indica anche come stanno andanto i ricavi delle banche realizzati con il trading sui derivati. Ebbene, nel quarto trimestre le revenues sono diminuite del 66% rispetto ai 5,7 miliardi del terzo trimestre. Si tratta di un andamento normale, visto che nell’ultima parte dell’anno l’operatività diminuisce sempre. Ben più rilevante è il valore sull’intero esercizio: qui i ricavi da trading hanno raggiunto il valore di 22,6 miliardi di dollari, a fronte della perdita di 836 milioni del 2008. Il numero del 2009 rappresenta «un record -scrive l’agenzia americana-, superando il precedente massimo del 2006 che ammontava a 18,8 miliardi di dollari. Nonostante la volatità stagionale, i margini d’intermediazione più cari, la forte domanda della clientela e le condizioni dei mercati hanno permesso di raggiungere il nuovo record».

Ma con quale specifica attività di trading le banche hanno fatto più ricavi?
La parte del leone è ad appanaggio degli Interest rate (che ricomprendo, per esempio, gli Interest rate swap) con 14,4 miliardi di dollari in intermedizione e una crescita del 13,6% rispetto al 2008; a ruota seguono i contratti Foreign Exchange, con 5,6 miliardi: in questa caso, però, rispetto all’anno scorso siamo di fronte ad un calo del 51 per cento. Poi, vengono i prodotti sull’equity (1,06 miliardi) e sulle Commodity (1,4 miliardi). Infine quelli su crediti con soli 6 milioni.

Insomma, le banche fanno affari scambiando e vendendo titoli. E per il finanziamento alle imprese? Cè, ovviamente, anche quello ma perché affannarsi troppo, dicono i maligni: finché c’è il derivato la speranza va a leva….

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