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Le banche inesigibili devono fallire

Cari amici,

Il S. Natale 2010 sta arrivando, e i mercati finanziari fanno finta che tutto va bene.

Le banche fanno di tutto per proseguire senza che nulla cambi, e noi residenti festeggiamo tranquilli, come i passeggeri che si trovavano ignari sul Titanic.

Ho finito proprio ora la mia letterina a Babbo Natale, e gli ho chiesto di far fallire le banche inesigibili.

I residenti finora hanno pagato al posto di chi ha sbagliato a investire, e ha speculato su valore economico che non esisteva davvero.

La bolla immobiliare speculativa che è scoppiata, è stata causata da investimenti sbagliati che sono stati spacciati per sicuri ed esigibili.

Questa perdita che doveva gravare sulle banche che l’ hanno causata, è stata coperta dai finanziamenti erogati delle banche centrali, le quali si sono finanziate con il debito pubblico degli stati sovrani.

Gli stati hanno avuto timore di mettere i mercati finanziari di fronte alle loro responsabilità, e hanno salvato gli istituti finanziari responsabili di questo disastro.

Oggi tutti questi problemi non sono risolti, poichè le banche sono ripiene di debito sovrano che di fatto è inesigibile, anche se i tassi d’ interesse dovessero rimanere costanti (cosa molto difficile, perchè sono così bassi che possono soltanto aumentare).

Ebbene, chi ha deciso che gli stati sovrani devono per forza ribaltare tutti gli oneri finanziari sui cittadini, i quali saranno costretti a pagare sempre più tasse e a godere di meno servizi pubblici?

Inoltre vi è il dato di fatto oggettivo che una mucca, quando ha finito il suo latte, non la si può spremere, perchè tanto sarebbero sforzi inutili.

Per questo motivo (ossia per lo stesso motivo della mucca che ha finito il latte), l’ Irlanda non riuscirà a pagare i debiti contratti al fine di pagare altri debiti; la Grecia non riuscirà neanche lei a pagare i debiti che si è accollata per non fallire.

Quando queste evidenze si tramuteranno in realtà (ossia tra non molti mesi), se non si prenderanno opportuni provvedimenti politici, i mercati finanziari si avventeranno come un branco di lupi sugli altri stati più indebitati, e punteranno sul loro fallimento (Prima sarà il turno della Spagna, e poi ci saremo noi italiani, che subiremo l’ incremento degli interessi).

Gli stati, quindi, devono prendere opportuni provvedimenti; ad esempio devono dichiarare il tasso di interesse massimo che pagheranno alle prossime scadenze di turnazione del debito; possono farlo solo se i governi si organizzano ed agiscono insieme.

….e poi devono garantire i depositi bancari, declinando ogni ulteriore aiuto agli speculatori, e ai detentori di titoli speculativi, che meritano di fallire.

Il mercato competitivo dovrebbe favorire l’ evoluzione dei migliori; evidentemente c’ è qualcosa di sbagliato perchè non mi sembra che i “migliori” prevalgano sul mercato.

Wall Street Italia

(WSI) –Il 2011 è alle porte, la prima decade del XXI secolo è ormai trascorsa: dieci anni sono un buon lasso di tempo per iniziare a stilare qualche bilancio. Gli anni zero, battezzati in inglese «naughties», ovvero «birichini», di marachelle e sconvolgimenti ne hanno portati in effetti parecchi: gli attacchi alle Torri Gemelle di New York, le guerre in Iraq e Afghanistan, l’inarrestabile avanzata di Internet (con annessi social network, iPad e smartphone), il più grande crac finanziario a partire dagli Anni 30, quindi la Grande Crisi, ora il terremoto Wikileaks.

Eppure l’evento forse più gravido di conseguenze inizia a manifestarsi appieno proprio ora: la migrazione della ricchezza da Occidente a Oriente. Un processo che, per quanto graduale, già si può misurare nell’umore delle persone. I Paesi ricchi, infatti, pur essendo ancora ricchi sono depressi e vedono nero; quelli emergenti – molto più poveri, a conti fatti – sentono invece che il loro momento sta per venire e guardano all’anno nuovo con speranza. Il futuro non è davvero più quello di una volta. Per nessuno.

Ad aver fatto accomodare il mondo sul lettino di Freud è una équipe di ricercatori coordinati dalla Gallup International – che dal 1977 tiene sott’occhio «l’umore del pianeta». Il risultato è il Global Barometer of Hope and Despair, il «barometro globale della speranza e della disperazione».

I ricercatori della Gallup hanno intervistato, tra ottobre e novembre, 64 mila persone sparse in 53 nazioni del mondo chiedendo loro un pronostico sul 2011. Come andrà l’economia nell’anno nuovo? Ci sarà più lavoro o più disoccupazione? Le cose andranno meglio o peggio?

Le risposte dei Paesi del G7 – Canada, Stati Uniti, Giappone, Francia, Italia, Germania, Regno Unito – non potrebbero essere più diverse da quelli del Bric – Brasile, Russia, India e Cina, il blocco di nazioni emergenti. All’interno del G7, infatti, solo il 17% degli intervistati vede il 2011 come un anno di «prosperità economica»; la maggioranza – il 41% – crede che sarà «come il 2010», mentre il 36% prevede «un periodo di difficoltà».

Tutt’altra musica nel blocco emergente. Qui il 56% delle persone vede il 2011 con positività, il 32% crede che non sarà molto diverso dall’anno appena trascorso, mentre solo il 14% confessa preoccupazione. Maggiore pare anche la consapevolezza: nel 14.376 $ (2005) Bric il 5% dice di «non sapere», rispetto al 6% del G7. I dati, ovviamente, sono aggregati. In Russia solo il 30% della popolazione ha fiducia nel futuro – negli Stati Uniti e in Germania sono il 25% – mentre in Cina si arriva a toccare il 58%, e in Brasile il 56%.

Se il detto popolare «il denaro non dà la felicità» sembra confermato, la prospettiva di farne un po’ pare sollevare nettamente gli animi. «Il sondaggio di quest’anno – dicono alla Gallup – ci mostra come su 53 nazioni scrutinate 19 possano essere classificate come “speranzose” e 34 come “pessimiste”. È alquanto choccante vedere che la maggior parte dei Paesi ricchi ricade nella seconda categoria».

Germania, Corea, America, Olanda, Belgio, Canada, Giappone, Italia, Francia, Regno Unito fanno quindi parte del settore dal potere d’acquisto alto ma dal muso lungo. Musi ancora più lunghi in quei Paesi – e non sono pochi – che hanno poche speranze ma anche poco fieno in cascina. Di questo gruppo fanno parte Serbia, Romania, Ucraina, Bulgaria, Egitto, Turchia, Polonia, Pakistan, Macedonia, Camerun, Russia.

In testa agli «speranzosi squattrinati» si trova invece un Paese africano, la Nigeria. Seguono Vietnam, Ghana, Cina, Brasile, India, Afghanistan, Iraq, e Argentina. I più fortunati, i ricchi e felici, sono pochi: Svezia, Finlandia, Danimarca, Svizzera. «Mentre il nuovo secolo entra nella seconda decade – riassume il rapporto – i dati suggeriscono che, se il benessere è ancora concentrato in Europa e negli Stati Uniti, il potere e la prosperità si stanno invece spostando verso l’Oriente».

Una forbice, quella della ricchezza detenuta e dell’aspettativa di crescita, che penalizza fortemente l’Italia. Il nostro Paese, infatti, è 17° nella classifica del reddito pro capite (subito dietro la Spagna) e segna un indice di speranza netto (differenza tra ottimisti e pessimisti) di -35. Male, ma non malissimo. La Francia, pur essendo più ricca dell’Italia, vede ad esempio nerissimo, con un secco -58. Ovvero il risultato peggiore del blocco G7. Dopo di lei, per pessimismo, vengono Islanda, Regno Unito e Spagna. Bene invece la Germania: i tedeschi non danzeranno come i brasiliani, ma sono pur sempre tre volte più ricchi.

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