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Barack Obama accetta la nomination

“L’America deve voltare pagina” Obama attacca McCain e Bush
Durissimo contro i repubblicani e il fallimento dell’ultima presidenza, ha promesso la rinascita del Paese

Cari amici,

Oggi appare chiaro ciò da forza e vigore alla società americana.

A mio giudizio ciò che fa la differenza tra la nostra società e quella americana è che “loro” sono capaci di sognare.

Noi no!

In Italia ci rubiamo i sogni! In america li costruiscono.

Per questo loro riescono ancora a stare in piedi nonostante la disastrosa crisi economica e finanziaria che li attanaglia.

I cittadini americani soffrono, ma “credono” in un futuro.

Quì in Italia il più delle volte si fa “finta” di credere.

Si fanno le “prove” della rivoluzione, quando, ad esempio, Beppe Grillo riesce ad uscire dall’ anonimato per un attimo e “rubare” la scena ai mass media “ufficiali”.

Ma anche lui è solo un comico!

Chi ci farà sognare in Italia?
Chi riuscirà a promuovere un cambiamento del sistema politico che porti a fare gli interessi dei cittadini?

Ma se non ci si riesce ad organizzare neanche in un condomìnio, come sarà possibile promuovere dei cambiamenti nella nostra società?

La Repubblica

DENVER – Circondato da una folla enorme, completamente impazzita, Barack Obama ha chiuso la Convention democratica con un grande appello a cambiare il Paese e a chiudere l’era “fallimentare” di George W. Bush: “America, siamo migliori di come siamo stati in questi ultimi otto anni. Siamo un Paese migliore di così”.

Accettando la candidatura per la corsa alla Casa Bianca “con profonda gratitudine e umiltà” esattamente 45 anni dopo lo storico discorso di Martin Luther King “I have a dream”, il senatore nero ha parlato allo stadio di Denver davanti a 84mila persone, che sventolavano bandierine a stelle e strisce, alzavano i cartelli con la scritta “Change” e lo interrompevano con continue standing ovation, presentando il suo sogno di rinascita. Ma il suo discorso, come promesso, è stato meno retorico del solito: più diretto, grintoso e di sostanza. Pensato per convincere gli elettori indecisi, per mostrare che Obama ha davvero delle ricette per riformare gli Stati Uniti e può essere un Comandante in Capo di cui fidarsi.

Per la prima volta ha anche attaccato a fondo John McCain, clone di una “presidenza fallita”, smontando le sue politiche pezzo per pezzo: “Che cosa pensate di qualcuno convinto che Bush ha ragione in oltre il 90 per cento dei casi? Non so quale sia la vostra impressione, ma io non sono disposto ad avere solo un 10 per cento di cambiamenti”.

“McCain – ha detto – è tutto tranne che indipendente. Dice che la nostra economia ha fatto “grossi progressi” con George Bush. Dice che i fondamentali dell’economia sono solidi. E quando uno dei suoi consiglieri – ha aggiunto parlando dello stratega economico Phil Gramm – ha parlato delle preoccupazioni degli americani l’ha fatto chiamandoli “una nazione di frignoni” e ha detto che il vero problema è “la recessione mentale” di chi la abita e non la crisi che gli Stati Uniti stanno attraversando. Una nazione di frignoni? Andatelo a dire ai lavoratori dello stabilimento del Michigan che, pur avendo scoperto che la fabbrica avrebbe chiuso, hanno continuato ad andare al lavoro perché sapevano di essere le persone su cui la gente contava. Andatelo a dire alle famiglie dei nostri soldati, che si sono fatti tre turni in Iraq. Non sono frignoni, sono l’America che conosco”.

Poi ha raccontato il suo programma: “Fatemi spiegare esattamente cosa significherà cambiamento se divento presidente”: indipendenza dal petrolio mediorientale in dieci anni, lavorando ad eliminare gli sprechi ed investendo sulle energie verdi; tagli fiscali alla classe media e non ai più ricchi e alle multinazionali che portano il lavoro fuori dall’America; un’istruzione di livello per tutti i bambini e un sostegno economico agli studenti per pagare l’università; impedire che le assicurazioni sanitarie possano discriminare chi è malato; ritirare le truppe dall’Iraq e concentrarsi nella battaglia contro i terroristi in Afghanistan, con l’obiettivo di catturare Bin Laden. “McCain – ha aggiunto – dice che andrà a prenderlo inseguendolo fino alle porte dell’inferno, peccato non siano andati a cercarlo nelle caverne in cui si nasconde”.

Non ha avuto tentennamenti, questa volta ha detto chiaro che l’America si può fidare dei democratici, il partito di Roosevelt e dei Kennedy, e si può fidare di lui: “Non avrò esitazioni a difendere questo Paese e, se necessario, invierò le nostre truppe ma con una missione chiara e il sacro impegno di dare a loro l’equipaggiamento di cui hanno bisogno in battaglia e l’assistenza che meritano quando torneranno a casa”.

Con queste parole ha toccato le corde del patriottismo americano, tanto che la platea democratica è scattata in piedi e ha cominciato a scandire all’unisono: “Usa, Usa, Usa”. “Sarò un presidente – ha concluso dopo 44 minuti – che guarda al futuro e non al passato. Ma ricordatevi, queste elezioni non sono su di me ma riguardano voi tutti”.

Il finale è stato spettacolare, più da concerto o da Olimpiadi che da Convention politica: una pioggia di coriandoli, i fuochi d’artificio e un applauso infinito.

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