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A proposito di riforma della scuola, ….Chi è il tuo maestro?

Cari amici,

Ho finito la scuola “ufficiale” molti anni fa, ma non ho mai smesso di studiare.

Oggi il mondo della scuola è tornato a fare notizia, perchè la Gelmini è costretta a imporre i cambiamenti necessari per ridurre il costo dell’ istruzione alle risorse finanziarie a disposizione.

Mi ha impressionato la lettera riportata dalla Web page del Corriere di oggi, scritta da un insegnante amareggiata, delusa e frustrata in un ruolo che ama disperatamente, come una madre continua ad amare suo figlio tossicodipendente.

La scuola è sintomo di ciò che nella nostra società non va bene.

I nostri ragazzi di oggi saranno i futuri cittadini di domani; dovrebbero essere educati alla curiosità, alla libertà di pensiero, alla socialità che costruisce rapporti solidi e umani, alla sessualità consapevole.

Invece i nostri ragazzi vengono gettati in una organizzazione che li obbliga ad impegnarsi per imparare nozioni fredde e vuote con l’ unica motivazione del riconoscimento finale costituito dal voto e dalla promozione.

Così si impara a studiare e a lavorare soltanto per motivi strumentali (per il voto quando si è giovani, per lo stipendio quando si è adulti).

Cosi si impara a non porsi domande sul senso della vita, sul valore delle cose, su quanto si può fare per migliorare il mondo.

I nostri figli hanno bisogno di sperare in un futuro amico e solidale; invece ciò che imparano è la dipendenza da risorse finanziarie sempre più abbondanti, al fine di essere in grado di acquistare beni e servizi inutili per ciò che è essenziale.

Inoltre imparano che la cultura, in fondo, non è apprezzata dalla società, perchè i nostri insegnanti sono sottopagati e sottostimati, non apprezzati, sopportati, e non rispettati.

“Il maestro sosteneva che il mondo visto
dalla maggior parte delle persone
non è il mondo della realtà,
ma un mondo creato dalla loro testa.

Quando un erudito venne per discuterne,
il maestro pose sul pavimento due bastoncini
a formare la lettera T e gli domandò:
“Che cosa vedi?”

“La lettera T” rispose l’ erudito.

“Proprio come pensavo”, disse il maestro.
“Non esiste una cosa come la lettera T.
Quello è un simbolo che esiste nella tua testa.
Ciò che hai sotto gli occhi
sono due rametti spezzati
in forma di bastoncini”.

Lettera al Corriere di Nadia Marchetti, insegnante delle superiori

Gentile Direttore, ho apprezzato l’articolo di Giovanni Belardelli (Corriere di venerdì) sulla crisi della scuola e dei docenti, che vivo dall’interno come insegnante di tedesco alle superiori. Spesso ci sentiamo soli, isolati, non solo perché il nostro lavoro è poco riconosciuto, ma anche perché all’interno della scuola in genere ci sono troppi conflitti e manca per così dire lo spirito di corpo, il fatto di essere una squadra; scuola quindi specchio di una società divisa, a volte con conseguenze negative per gli studenti… Non credo molto nella valutazione degli insegnanti attraverso esami che riconoscano il merito, perché anche nella scuola, come nella società, ci sono tante parrocchie e parrocchiette, con i rispettivi santi protettori, che non sono in cielo, ma sulla terra e spesso sono molto, molto influenti.
Vorrei precisare inoltre che il punteggio non dipende solo dall’anzianità di servizio, ma anche dal fatto di avere o meno dei figli (retaggio dell’epoca mussoliniana?): se non sbaglio, 4 punti ogni anno per i figli fino a 5 o 6 anni, 3 punti ogni anno fino al compimento dei 18 anni. Ma il ministro Gelmini non aveva detto che la scuola non è un ente assistenziale? Subito dopo i precari, sono stati gli insegnanti di ruolo single/senza figli le prime vittime della riforma; come mantenere l’entusiasmo dei primi tempi, se quello che si fa per migliorare e coinvolgere gli alunni non viene comunque riconosciuto? Scambi con l’estero, progetti europei, certificazioni, le famose visite di istruzione, dette comunemente «gite», progetti per gli studenti stranieri ecc. sono tutti extra miseramente retribuiti, che non valgono nemmeno per il punteggio. La conclusione è che la scuola in generale si basa sulla buona volontà o sul coraggio degli insegnanti, precari o di ruolo. Stop. Gli insegnanti «gentiliani», che sono stati anche i miei insegnanti e i miei modelli, sono una specie in via di estinzione.
Chi c’è al loro posto? Potrei fare qualche esempio: l’insegnante «mamma», che considera prevalente l’elemento educativo, sicuramente parte dell’insegnamento, con la certezza inossidabile che una madre sia automaticamente una brava educatrice (risposta di una collega a un mio intervento durante un consiglio di classe: «Tu queste cose non le puoi capire, perché non hai figli»); in genere provenienti da un ambito cattolico, pensano di essere le uniche depositarie dei valori. Ancora, l’insegnante «amicone»: si veste e si comporta come un adolescente anche oltre i 40 anni, i suoi voti scendono raramente sotto il sei e ama sparlare degli altri insegnanti con gli alunni; l’insegnante «psicologa» si occupa prevalentemente del disagio adolescenziale, che in qualche caso si manifesta singolarmente in modo acuto in occasione di compiti in classe e interrogazioni. Un altro caso è l’insegnante in «standby», a cui mancano pochi anni alla pensione, che ripete le stesse lezioni quasi senza cambiare una virgola, come un vecchio attore, pensando all’ambito traguardo. Poi l’insegnante «burocrate», che usa volentieri il linguaggio tecnico della scuola: se gli rivolgi una domanda con parole comuni ti guarda perplesso e non risponde. Io credo di essere nella categoria degli scettici e dei dubbiosi, che non si fanno illusioni, ma cercano alla lontana di essere «gentiliani», tollerati da alcuni colleghi come fossili viventi, persone un po’ strambe che non vogliono omologarsi, ma pensare con la loro testa. Però, se la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare, magari in modo incerto, vuol dire che ci sono ancora bravi insegnanti che amano il loro lavoro sottostimato, sottopagato, sottovalutato, in altre parole sotterraneo. 

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