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Perché il petrolio sale (nonostante il calo della domanda)

Cari amici,

Di seguito riporto un articolo tratto dal Sole 24 ore, il quale cerca a suo modo di spiegare perchè “il petrolio sale”!

E’ divertente leggere le previsioni dei cosiddetti “economisti”.

Essi riescono a restare seri, affermando preconcetti al di fuori di ogni realtà verificabile con la stessa convinzione mostrata dai testimoni di Jeova.

Di seguito vengono scritte sentenze del tipo “… a questi tre elementi il mercato ha mostrato di credere”.

…come se, quando vedi un tizio con un braccio ingessato, automaticamente potessi raccontare la scena dell’ incidente!

Ma “loro”, questi raccontastorie, invece lo fanno! Riescono a capire “perchè” succedono i fatti economici!

…e li pagano per pensare queste “correlazioni”!

La conclusione di questo articolo è “proprio” ciò che i politici vogliono che si dica: I prezzi aumentano, probabilmente, a causa di tensioni speculative, provocate da “gentaglia” senza scrupoli in cerca di “guadagni facili”.

Come se i mercati fossero condotti da puritani e onesti galantuomini, in cerca della migliore redistribuzione della ricchezza possibile!

Credo che dobbiamo salvarci da questi cantastorie, che ci fanno credere nei cosiddetti “equilibri” di mercato: Sono tutte panzane raccontate per i “gonzi”!!

Non credeteci!

Il sole 24 ore

I consumi di petrolio sono in continua discesa e un loro recupero per la seconda parte dell’anno resta ancora nel campo delle ipotesi più ottimistiche. Continuano intanto a crescere gli stoccaggi galleggianti, cioè le superpetroliere cariche di greggio (ognuna delle più grandi navi di questo tipo, le Vlcc, very large crude carrier, può contenere anche più di un milione e mezzo di barili) in attesa di acquirenti. Fino a pochi giorni orsono la situazione del mercato ne consentiva comunque la gestione: c’è un regime di “contango”, quello in cui i futures per consegna vicina costano meno di quelli con scadenza differita, e dunque il rinvio della vendita non fa perdere soldi, anzi, riesce anche a pagare il nolo della nave. Oggi però il divario tra posizioni di consegna diverse è meno forte e renderà più urgente risolvere il problema della sovrabbondanza di offerta.
Con questi presupposti ci si potrebbe aspettare un prezzo del greggio vicino ai minimi dell’anno. Invece il West Texas Intermediate, punto di riferimento del mercato nordamericano e base del future scambiato al Nymex, ha preso il volo da due settimane e non si è ancora fermato (seguito a ruota dal Brent a Londra). La quotazione venerdì a metà pomeriggio supera 66 dollari al barile, il doppio rispetto al record negativo registrato poco meno di sei mesi fa.

Qualche giustificazione si può anche trovare: il dollaro è debole e fa salire le quotazioni espresse in valuta americana; gli stoccaggi commerciali negli Stati Uniti sembrano in flessione, benché restino abbondanti; inoltre la posizione del ministro saudita Ali al-Naimi al meeting Opec di Vienna è apparsa fortemente improntata a un ottimismo inossidabile (e anche un po’ stupefacente) per la prossima evoluzione della domanda e dei prezzi.

A questi tre elementi il mercato ha mostrato di credere, trascurando le opposte indicazioni che vengono dalle numerose opzioni put (alla vendita) per prezzi a 50-55 dollari al barile.
Si può ritenere che gli investitori abbiano accentuato il principio di anticipazione: domanda e prezzi saliranno, quindi le borse devono intervenire prima, per sfruttare il momento favorevole.
E’ una posizione rischiosa, come insegnano almeno due precedenti eclatanti: nel 1993 il gruppo tedesco Metallgesellschaft perse quasi 2 miliardi di dollari (e non si risollevò più) per aver scommesso su una ripresa dei prezzi del greggio che avvenne solo un paio di mesi dopo le sue previsioni; nel 2006 il fondo Amaranth fece una congettura analoga sul gas naturale, lasciando sul terreno più di 6 miliardi di dollari.

Un simile principio di anticipazione non è invece avvertibile sui futures, perché le scadenze luglio 2013, a quattro anni da adesso, vedono il West Texas solo una decina di dollari più in alto di quanto sia oggi.

In assenza di altri elementi di valutazione, c’è da ritenere che i rincari odierni siano di natura speculativa e siano piuttosto pericolosi. Pericolosi per chi li fomenta, facendosi forte di regolamentazioni dei mercati ancora lacunose, che consentono scommesse la cui chiusura non prevede mai, o quasi mai, l’obbligo della consegna fisica del petrolio. Pericolosi per l’economia, che resta in ostaggio di quotazioni prive di riferimenti concreti, ma assolutamente reali nel loro impatto sul portafoglio.

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