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In che Dio crediamo?

In che Dio crediamo?

Cari amici,

Le notizie drammatiche che provengono da tutto il mondo mi impressionano e mi portano a farmi delle domande:

Cosa spinge così tante persone a sacrificare la loro vita uccidendo nel nome di Dio?

Chi è Dio?

Dal “Suo” punto di vista credo che sia impossibile saperlo.

Dal nostro punto di vista, credo che le relazioni tra gli uomini e Dio possano assumere tanti contorni diversi, che dipendono dalla propria cultura e dalla propria storia personale, ma comunque sono convinto che siamo noi che tagliamo i contorni del nostro rapporto personale con Dio.

Gli uomini sono un pochettino buoni e un pochettino malvagi, e tutti tendono a cercare giustificazioni “universali” per il loro comportamento.

Ma Dio in questo non ha nessuna responsabilità.

L’ amore e la carità (e uso questi termini con il significato attribuito dalla fede cattolica), sono patrimonio dell’ umanità intera, e tutti ne possono attingere così come si attinge l’ acqua da una fonte.

Dio fa piovere sui buoni e sui cattivi, e ciò, dal nostro punto di vista, non ci da alcun diritto di giustificare il nostro comportamento egoista.

Credo che dobbiamo finirla di chiuderci nelle prigioni religiose che ci fabbrichiamo, al fine di controllare il nostro comportamento in modo che sia accettabile dal punto di vista sociale.

I credenti dell’ Islam sono il riflesso di ciò che erano i cristiani 500 anni fa.

Ma la storia evidentemente non ci insegna nulla, dato che ancora oggi al mondo ci si ammazza a causa della propria fede!

A chiusura di questi pensieri, mi piace ricordare un detto dei cosiddetti “padri del deserto”, che erano personaggi innamorati di Dio che ricercavano la verità al di fuori di una società che anche allora era ingiusta e opprimente:

Il padre Zenone disse:

“Chi desidera che Dio esaudisca presto la sua preghiera, quando si alza e tende le mani al Signore, prima di pregare per ogni altra cosa e per la sua stessa anima deve pregare di cuore per i suoi nemici.
E’ per questa buona azione che Dio lo ascolterà, qualsiasi cosa poi chieda”.

da Cultura cattolica.it

Dialogo in senso stretto tra cattolici e musulmani non è possibile, possibile e necessaria invece una mutua correzione e un arricchimento vicendevole tra culture
Mussulmani e cristiani hanno approcci diversi nelle questioni riguardanti chi è Dio e chi è l’uomo e un dialogo in senso stretto non è possibile senza mettere tra parentesi o relativizzare la propria fede
Per i cristiani la fonte e l’esempio dell’amore di Dio e del prossimo è l’amore di quel Dio che possiede un volto umano, Gesù Cristo per suo Padre, per l’umanità e per ogni persona. Il Dio vivente è unico come essere divino, ma non solo, è Padre, Figlio, Spirito Santo, quindi “Dio è amore” (1 Gv 4,6) e “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). L’amore di Dio è posto nel cuore, in ogni io umano per mezzo dello Spirito Santo. E’ Dio che per primo ci ama senza costringerci (un rapporto costretto impedirebbe l’amore), permettendoci in tal modo di amarlo a nostra volta, potendo rifiutarlo. L’amore non danneggia il prossimo nostro, piuttosto cerca di fare all’altro ciò che veramente fosse fatto a noi (1 Cor 13, 4-7). L’amore è il fondamento e la somma di tutti i comandamenti (Gal 5,14). L’amore al prossimo (e ogni uomo mi è prossimo), l’amore al fratello battezzato, non si può separare dall’amore di Dio, perché è una espressione del nostro amore verso Dio. Questo è il nuovo comandamento “che vi amiate gli uni e gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12). Radicato nell’amore sacrificale di Cristo, l’amore cristiano perdona, la giustizia di Dio rende giusto chi si riconosce peccatore e non esclude nessuno. Quindi include anche i propri nemici. Non si tratta solo di saperlo, di pensarlo, di dirlo ma occorrono fatti (1 Giovanni 4,18). Questo è il segno dell’autenticità.
Per i mussulmani, come è esposto nella lettera Una Parola Comune per un dialogo e una mutua correzione sebbene le visioni antropologiche e teologiche giustifichino e fondino ciò in modi differenti, l’amore è una forza trascendente e imperitura, che guida e trasforma lo sguardo umano reciproco. Questo amore, come indicato dal santo e amato profeta Maometto, precede l’amore umano per l’Unico Vero Dio. Un hadit indica che l’amore compassionevole di Dio per l’umanità è persino più grande di quello di una madre per il proprio figlio (Muslim, Bab al – Tawba: 21). Quindi esiste prima e indipendentemente dalla risposta umana all’Unico (non Trinità) che è l’“Amorevole”. Questo amore e questa compassione sono così immensi che Dio è intervenuto per guidare e salvare l’umanità in modo perfetto, molte volte e in moti luoghi, inviando profeti e scritture. L’ultimo di questi libri, il Corano, ritrae un mondo di segni, un cosmo meraviglioso di maestria divina, che suscita il nostro amore e la nostra devozione assoluti affinché “coloro che credono hanno per Allah un amore ben più grande” (2: 165)e “in verità il Compassionevole concederà il suo amore a coloro che credono e compiono il bene” (19: 96). In un hadit leggiamo che “nessuno di voi ha la fede fin quando non ama il suo prossimo ciò che ama per se stesso” (Bukhari, Bab al – Iman: 13).
Così, pur con visioni antropologiche e teologiche che giustificano in modi differenti, si può, urge per entrambi lavorare insieme nel promuovere il rispetto autentico per la dignità di ogni persona e per i diritti umani fondamentali, non politicamente negoziabili. Si apre un vasto campo in cui possiamo agire insieme per difendere i valori morali, per non accettare mai persecuzioni violente, tanto più gravi e deplorevoli quando vengono compiute in nome di Dio. Minerebbero la credibilità e l’efficacia non solo del dialogo culturale, ma anche e soprattutto delle nostre religioni e delle fedi stesse.
E’ una esemplificazione di Benedetto XVI al primo Forum Cattolici e Musulmani e la Dichiarazione comune si è concentrata su due grandi tempi: “fondamenti teologici e spirituali nella propria identità”, “dignità umana e rispetto reciproco”.

Il liberalismo occidentale perderebbe la sua base e distruggerebbe se stesso se perdesse il radicamento nell’immagine cristiana di Dio
“Caro Senatore Pera – Benedetto XVI nella Lettera –, in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro Perché dobbiamo dirci cristiani. Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con un logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà. Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo fondamento…Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi.
“Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico”.

“Perché dobbiamo essere cristiani”

Così Maria Antonietta Calabrò lo sintetizza sul Corriere della Sera di Domenica 23 novembre (p. 33).
“La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza”, di una “speranza” possibile per la nostra società, per la politica, per il mondo delle istituzioni, ed in particolare per la vecchia Europa, “la terra più scristianizzata dell’Occidente e se ne fa un vanto”. Dove vivere come se nessun Dio esistesse “non sta dando i frutti promessi”. Europa che al cristianesimo deve ritornare “se vuole davvero unificarsi in qualcosa che assomigli ad una nazione, ad una comunità morale”.
Nel suo nuovo libro (Mondadori), Marcello Pera si mette sulle orme di Kant, (che nella Critica della ragion pratica affermava: “La speranza comincia soltanto con la religione”), e di Benedetto Croce (“Non possiamo non dirci cristiani”). Ma ancora di più segue la lezione “scientifica dell’empirismo inglese di Locke (che scrisse La ragionevolezza del cristianesimo), dei Padri fondatori della nazione americana e di Tocqueville. E proprio a partire dallo studio dei problemi drammatici di origine morale, politico, religioso posti dalla convivenza umana contemporanea (da quelli di bioetica a quelli dell’integrazione) giunge a spingersi più in là: dal “non possiamo non dirci” al “dobbiamo dirci cristiani”.
I cambiamenti dell’ultimo scorcio del XX secolo richiedono, secondo Pera, per logica interna, questo ulteriore sviluppo, rispetto ai tempi in cui la società era ancora per larga parte permeata dal cristianesimo e dal suo spirito religioso. Perciò arriva a sostenere dimostrandolo, che “alzare la bandiera cristiana” è l’unica occasione affinché non solo l’Occidente, ma anche ogni singolo essere umano (il liberalismo è per sua natura non etnocentrico, ma universalista) possa avere una prospettiva positiva, una chance.
“Non si tratta – annota Pera – di conversioni o illuminazioni o ravvedimenti”. Sono queste “tutte cose importanti, delicate e rispettabili ma attengono alla sfera della coscienza personale”. “Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c’è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di affermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli”. E ancora: “I grandi Padri del liberalismo classico, questo problema lo avevano chiaro… Oggi che è diventato anticristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono appese nel vuoto”.
Si potrebbe dire che le “equazioni laiche” di Pera – ordinario di Filosofia della scienza a Pisa, studioso di Karl Popper, già coautore insieme all’allora cardinale Ratzinger del betseller Senza radici – a livello della “ragion pratica” o della phronesis aristotelica, fanno il paio con quello che sul piano della metafisica è il teorema di Gödel, che dimostra matematicamente la necessità dell’esistenza di Dio. Da una parte: “Dio esiste necessariamente, come volevasi dimostrare”. Dall’altra: “Per ciò e per concludere, dobbiamo dirci cristiani”.
Pera scrive: “Liberalismo e cristianesimo sono congeneri. Togliete al primo la fede del secondo, e anch’esso scomparirà”. Per il lui il “dono di Dio” è solo “un patrimonio di virtù, costumi, civiltà: la nostra “. Differente dal “cristiano per fede” in Gesù Cristo, personalmente incontrato, seguito, amato. Ma essere “cristiano solo per cultura”, giunti ormai alla fine del primo decennio del XXI secolo, non basta nemmeno più, secondo Pera: “Colui che si limita o si sente limitato, a sentirsi cristiano per cultura” non deve negarsi alla possibilità anche di credere in Cristo. “E’ necessario che la ricchezza della esperienza umana non sia amputata della presenza nella nostra vita del senso del divino, del sacro, del mistero, dell’infinito”. Naturalmente questo “è un appello, motivato e drammatico, non ancora (se mai lo sarà) una soluzione teoreticamente già disponibile”.
Sono ragionamenti che hanno delle conseguenze “politiche” che faranno molto discutere. Pera, ad esempio, confuta quelli che negli ultimi anni sono diventati dei veri e propri tabù del dibattito pubblico italiano e internazionale. E cioè che possa esistere il cosiddetto “dialogo interreligioso”. In questo, lo stesso Benedetto XVI, nella lettera che introduce al volume (un evento eccezionale, se non unico) gli dà apertamente ragione. Si deve piuttosto parlare di “dialogo tra culture”. Allo stesso modo Pera dimostra la contraddittorietà intrinseca del concetto di “multiculturalità”.
Affinché quello che la ragione riconosce come necessario possa accadere nella vita di ciascuno e nella storia delle nazioni e dei popoli, ci vuole una decisione. “Alla fine, sta a noi scegliere. (…) La scelta cristiana, di darsi a Dio (credente in Cristo) o di agire velut si Christus daretur (cristiano per cultura) ha prodotto i migliori risultati. Quella scelta ha grandi vantaggi, anche nel campo dell’etica pubblica. (…) Non separeremo la moralità dalla verità, non confonderemo l’autonomia morale con al libera scelta individuale, non tratteremo gli individui, nascenti o morenti, come cose, non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in diritti, non confineremo la ragione nei soli limiti della scienza, non ci sentiremo più soli in una società di estranei o più oppressi in uno Stato che si appropria di noi perché non sappiamo più orientarci da soli”.
Ma una simile decisione, nessuno può nasconderselo, può essere generata solo dall’incontro con un fatto che susciti una fiducia e una attesa. Di Ratzinger, “Papa della speranza cristiana”, Pera scrive: “Posso dire che, nonostante tutte le mie sollecitazioni interiori, questo lavoro non ci sarebbe stato se Benedetto XVI non avesse scritto e parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla”. Un fatto, insomma, che mantenga “aperta” la ragione a quella possibilità che tutto (il relativismo, l’aggressività del fondamentalismo religioso, la reificazione dell’uomo) “invoca” come necessaria. Solo la speranza, di cui scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei, colma lo iato tra al condizione percepita dalla ragione come necessaria e la realtà. E’ per questo che Charles Péguy, ne Portico del Mistero della seconda virtù, fa dire a Dio: “La fede che più amo è la speranza”.

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