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Economia di mercato e ruolo dello stato

Più stato? No, sia solo un partner
di Mario Margiocco

Cari amici,

Di seguito riporto un’ interessantissimo articolo tratto dalla Web Page del sole 24 ore, che tratta della crisi economica e finanziaria da un punto di vista teorico, attraverso un’ intervista ad un importante economista e studioso dell’ incertezza.

L’ articolo inizia con una promettente dichiarazione che spero sarà presa sul serio politicamente: “La stagione di Milton Friedman sta finendo”.

Milton Friedman è stato uno dei più importanti teorici del neoliberismo, il fondatore della famigerata “scuola di Chicago”, nonchè il promotore della politica che ha procurato i disastri che tutti noi stiamo vivendo sulla nostra pelle.

A suo modo Friedman è stato un rivoluzionario fortunato, perchè ha trovato degli interlocutori che stavano cercando una teoria economica di supporto nel perseguimento dei propri interessi economici e politici.

…ma questa ormai è storia passata!

Ora il punto della questione da decidere è il ruolo dello stato nel nuovo disegno economico da costruire per sostituire la teoria neoliberista.

Dallo scoppio della crisi fino ad oggi il “ruolo” che gli stati si sono attribuiti si sono manifestati in aiuti finanziari a fondo perduto.

Nell’ insieme ciò che si vuole è soltanto “rimettere in moto la macchina” del mercato.

Sono solo alcuni studiosi che criticano apertamente il sistema, e suggeriscono delle iniziative per correggerlo in modo sostanziale.

L’ articolo che segue, ad esempio, esprime dei consigli a mio giudizio condivisibili.

Ma, a mio giudizio, la questione economica oggi assume dei risvolti sociali e culturali nuovi, e non è più possibile limitarsi a trattare soltanto di questioni puramente tecniche.

Anzitutto è necessario chiarire una volta per tutte che il valore economico non proviene dalla finanza.

E’ un’ illusione continuare a credere in un mercato finanziario “efficiente”, che non abbia una base economica riconoscibile.

Questo collegamento tra finanza ed economia può essere sostenuto soltanto dalla politica.

Oggi gli interessi collettivi delle società non sono sufficientemente rappresentati nei cosiddetti “mercati globali”, perchè non esistono collettori di consensi capaci di incidere sulla formazione della domanda globale di beni e servizi.

Non esistono ancora forze sociali organizzate capaci di contrastare con efficacia le logiche di vendita imposte con astuzia e determinazione dalle multinazionali per mezzo della pubblicità e dal marketing.

Per questi motivi, sono convinto che se vogliamo dare alla nostra società umana delle possibilità di svilupparsi in modo sostenibile, è necessario creare dei mezzi efficienti per raccogliere e redistribuire valore finanziario con logiche alternative a quelle di mercato.

Questa, a mio giudizio, è l’ unica strada alternativa allo scontro politico non regolato tra fazioni le quali oggi, per fortuna di tutti, sono ancora disorganizzate, ma in costante condivisione del malessere sociale che opprime il nostro futuro e quello dei nostri figli.

Il sole 24 ore

«La stagione di Milton Friedman sta finendo», diceva tre anni fa Mordecai Kurz, 74 anni, da oltre 40 professore di economia a Stanford, San Francisco, l’università che del pensiero neoliberista friedmaniano è stata con Chicago una delle roccaforti. «Addio Milton Friedman – dice ora Kurz -. Partita chiusa. Incomincia una nuova era di responsabilità per lo Stato, ma deve essere precisa e limitata: regolare bene alcuni mercati che non possono essere affidati… al mercato: banche e assicurazioni».

Kurz è fra i maggiori esperti dell’economia dell’incertezza, autore di studi importanti sui nodi cruciali del sistema pensionistico americano. È stato con il Nobel Kenneth Arrow autore di un libro famoso fra gli economisti, Public investment. The Rate of Return and Optimal fiscal policy, (1970), sul rapporto tra rischi pubblici e rischi privati. Si tratta di un tema centrale nel dibattito in corso su come uscire dalla Grande Recessione del 2008-2009 e sulle nuove regole finanziarie. Sopravviverà il mondo dei derivati? Sì, deve, ma saranno attentamente regolati, costeranno di più e ve ne saranno di meno. E resisteranno i cds, credit default swaps, causa forse dei disastri peggiori, assicurazioni vendute a ruota libera, senza collaterale? No, così come gestiti finora devono sparire.
Nei giorni scorsi George Soros ha avanzato l’ipotesi di mettere i cds, potenzialmente i più pericolosi fra i prodotti della finanza innovativa, fuori legge. Si tratta infatti di una forma d’assicurazione finanziaria che, se non regolata con chiarezza, è potenzialmente esplosiva. E lo diventa quando assume una logica autoreferenziale, sempre più lontana dal sottostante al quale è collegata, e si trasforma da assicurazione sulla solvibilità di un bond o di un qualsiasi prodotto finanziario in una scommessa.

Kurz non è altrettanto drastico, ma ha ben presente sia l’utilità dei cds, sia la loro pericolosità potenziale. E indica alcune soluzioni. Ormai le grandi linee delle nuove regole finanziarie sono state messe a punto e nel corso dell’estate sia gli Stati Uniti che l’Europa annunceranno piani precisi, da coordinare definitivamente nel corso del G-20 di Pittsburgh, a settembre. Le posizioni non sono del tutto in linea, per ora, con Washington, Wall Street, Londra, più sensibili ai desiderata dei mercati e dei grandi player che la crisi ha lasciato con sempre meno concorrenti sul mercato, e l’Europa più interessata a regole incisive. Ma il livello d’una classe dirigente si valuta anche dall’accortezza e dal coraggio con cui salva da un lato la libertà dei mercati, ma neutralizza dall’altro il più possibile i rischi di un mercato che, il 2008 insegna, trova nelle logiche dell’autoregolamentazione chiari limiti.

Kurz era recentemente a Milano per una serie di lezioni e una conferenza all’Università Cattolica.

Come saranno i mercati dopo il 2007-2008?
Liberi. Ma c’è un ritorno generazionale a principi che sembravano superati. E viene cassata l’idea che lo stato non è mai la soluzione, ma il problema, l’idea del tandem Friedman-Reagan. Ora, vi sono due mercati che non possono funzionare nella libertà e per essi lo Stato è un indispensabile partner. Si tratta del credito e delle assicurazioni. Consideriamo o no immorale che uno possa ottenere un milione di dollari dalla banca per poi giocarseli alla roulette? È normale o no chiedere garanzie? Le garanzie si chiamano collaterale, oltre che fiducia generica. Quindi occorrono regole chiare, e controllate, su come si deve fare credito.

E le assicurazioni?
Le assicurazioni hanno un senso se chi vende il servizio è credibile come riserve, come suo collaterale, nella fornitura effettive del servizio, se il caso si verifica. Ora i cds, che hanno messo in ginocchio Aig, erano, e sono, una vendita di assicurazioni, su tutto, senza però, come si è visto, l’effettiva capacità di onorare l’impegno. Si è arrivati così a un monte cds complessivo di 2.300 miliardi nozionali. Calcolando un tasso di default pari allo 0,5% del totale, la capacità di far fronte restava. Ma con un tasso eccezionalmente pesante del 7% restava solo la bancarotta, o lo stato.

Lei quindi è per abolire i cds?
No, sono per impedire a qualsiasi istituzione di vendere cds in contratti privati come faceva Aig da Londra, perché per loro natura convogliano le perdite su un unico punto, come un imbuto, non le distribuiscono. Quindi i cds possono continuare a esistere, ma emessi, venduti e trattati in un mercato regolato, alla luce del sole, dove sia quantificabile subito il livello di rischio che si accumula.

Come giudica la risposta di Washington alla crisi?
Nel complesso bene. Bernanke soprattutto è stato di un coraggio e di una temerarietà eccezionali. Direi che ha salvato la situazione. E posto le basi di una ripresa che credo sia piuttosto vicina. Anche il team Obama sta facendo bene, ma vedo qualche rischio.

Dove?
Nella gestione della crisi dell’auto, ad esempio, credo non sia la cosa migliore per il presidente decidere se cacciare o no il numero uno di General Motors. Sarebbe meglio affidarsi alle collaudate regole dell’amministrazione controllata e della bancarotta. C’è il rischio di politicizzare il processo regolatorio, procedendo così. E poi affidare la gestione di una grande impresa, anche temporaneamente, a un comitato di burocrati non mi piace. Ma occorre dare atto che stanno affrontando una situazione eccezionale, che può richiedere a volte mezzi eccezionali. E i mezzi eccezionali nel caso della crisi di Detroit sono stati adottati. Se i risultati saranno buoni giustificheranno il metodo, in un certo senso.

Che cosa occorre fare ora?
Regolare tre mercati: credito, assicurazioni, derivati. È un problema che Keynes non si è mai posto. Keynes pensava alla spesa pubblica. I principi chiave sono due: assicurare i depositanti, valutare la solvibilità di quelli che ricevono credito. E poi disinnescare tutti i possibili raggiri, ad esempio la massa di mortgage backed securities, che le grandi banche tenevano sotto l’ala della holding, per non farsi controllare.

E l’investment banking di Wall Street?
È finito, così come l’abbiamo avuto per molto tempo. Quel business consiste nell’abilità di usare la propria credibilità nell’intermediazione del capitale tra acquirenti e venditori. Ma così facendo si crea anche credito, e le cose non saranno più come prima. Servono regole. C’è, come per tutti i derivati, la necessità sociale di limitare il rischio. Il governo non è né il problema né la soluzione. È un partner, che non deve strafare. Educare e non manipolare.

E chi pagherà questi anni di… spensieratezza?
Tutti, il mio stipendio e il suo, la mia pensione e la sua, l’America, l’Europa, il mondo.

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