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Il buco nero della crisi economica e politica globale

Cari amici,

Ormai credo che ci siamo!

Mi sembra che quella che si è aperta negli ultimi giorni sia una crisi economica e finanziaria nuova, che non abbiamo mai visto in precedenza.

Nei mesi scorsi ho scritto diverse volte che si stava preparando un dissesto economico di dimensioni mondiali, ma sinceramente non credevo che si sarebbe manifestato così precocemente.

Se avessi dovuto prevedere delle date, avrei supposto un futuro più lontano; precisamente in coincidenza con le prossime elezioni politiche americane.

E invece il terremoto giapponese, il declassamento del debito USA, e soprattutto la manifesta crisi di leadership di Obama, hanno accelerato gli smottamenti economici e politici che erano in corso da tempo.

Ma quali sono i problemi mondiali da risolvere?

Il problema principale è che la politica non ha più controllo sull’ economia! 


I politici delle varie nazioni non governano secondo principi politici, ma bensì perseguendo gli interessi economici di chi governa l’ economia.

Da questo problema immenso, deriva che intere classi sociali non hanno più alcuna rappresentanza politica diretta; pertanto queste classi sociali perdono progressivamente potere politico ed economico, che si riflette sulla loro capacità di guadagno e di spesa.

Sempre da questo problema di mancanza di controllo politico, deriva anche che ci sono sempre più persone che hanno sempre meno soldi da spendere; e chi non può spendere, …non spende! Pertanto l’ economia rimane stagnante.

Vi è un’ altro enorme problema politico da risolvere, che esiste da molti anni ma che oggi non è più controllabile con le cosiddette “leggi di mercato”: 


L’ attenzione politica ed economica globale è concentrata in modo quasi esclusivo su ciò che si può vendere e comprare. 


Ribaltando il concetto si può scrivere anche che oggi settori interi della società che svolgono lavori importantissimi e insostituibili non sono valorizzati dalla politica, perchè producono servizi non vendibili sul mercato (per esempio sanità, cultura, ambiente, felicità, relazioni sociali, …etc…etc…). 


Come corollario a questo problema, possiamo notare come l’ andamento schizofrenico delle borse di tutto il mondo condizioni direttamente le nostre vite, che non sono libere di svilupparsi al di fuori di logiche di profitto.

E’ come se fossimo tutti obbligati ad andare in giro con gli occhi bendati; non riusciamo a controllare liberamente le nostre vite; restiamo obbligati a camminare tenendoci per mano con logiche di mercato; siamo condannati a rubarci la vita l’ uno con l’ altro, perchè la giungla del mercato conosce solo gli acquisti e le vendite. 


Al di fuori dell’ acquisto e della vendita, il mercato non riesce a vedere la vita.

Ma la vita esiste! 


Le persone vivono, si amano, respirano, coltivano la terra, si scambiano servizi perchè “vogliono” farlo, non perchè sono pagate!

La politica deve riuscire a valorizzare la vita delle persone; il valore esiste anche se il mercato non riesce a comprarlo o venderlo.

…Riguardo l’ Italia e gli italiani

L’ Italia è un grande paese, e sono felice di essere italiano.

Gli italiani nel loro insieme sono liberi, anarchici, generosi, furbi, intelligenti, solidali ma individualisti, religiosi ma dissacranti, ….sono sicuro che molti quando guardano il Papa o Berlusconi in tutta la loro apparente grandezza, li immaginano in bagno mentre fanno la cacca; ….gli italiani sono così.In economia gli italiani si arrangiano, evadono le tasse tutte le volte che possono, …e siccome hanno molta fantasia di modi per evadere le tasse ne trovano tanti.

Questa a mio giudizio è la realtà delle cose! Per questo motivo, se si vuole redistribuire il carico fiscale tra tutti in modo equo, l’ unica soluzione da adottare è aumentare le imposte indirette (che comunque pagano tutti), e diminuire in proporzione le imposte dirette (che si pagano con le dichiarazioni dei redditi; così diminuisce l’ ingiustizia tra chi paga e chi evade).

Questa è la nostra situazione politica ed economica; i politici che ci governano dovrebbero tenerne conto.

Ma prima, a mio giudizio, dovrebbero riguadagnarsi il diritto di rappresentarci!

E’ prioritario che si riformi la legge elettorale, in modo che i cittadini possano scegliere direttamente i candidati che vogliono per rappresentarli.

Gli italiani oggi odiano i politicanti che occupano indebitamente le poltrone del parlamento, soprattutto perchè non esiste uno strumento politico per togliere le poltrone dal culo dei politici cialtroni e corrotti che imperversano come avventurieri per la penisola.

I deputati e i senatori sono fedeli a chi li ha fatti eleggere (pertanto alle segreterie dei propri partiti); ridotti a pedine insignificanti, questi servi di partito non hanno interesse a ricordarsi che sono uomini e che possono pertanto sognare e lavorare per il bene comune; i pochi che se lo ricordano hanno pochissime possibilità di emergere, salvo che non fondino altri partiti ispirati alla loro immagine.

Pertanto, è meglio per questi signori che riformino il sistema elettorale, che si riducano lo stipendio di parecchio, e che riducano anche il loro numero perlomeno del 30%, e che facciano tutto questo MOLTO in fretta.

Mi sembra evidente che l’ Italia dovrà raggiungere e mantenere il pareggio di bilancio molto velocemente. Mi sembra altresì evidente che, una volta raggiunto il pareggio di bilancio, l’ Italia dovrà progressivamente diminuire i propri debiti con riduzione di spesa pubblica o con aumenti di tasse.

Per queste ragioni, non possiamo continuare a suddividere le poche risorse finanziarie che abbiamo in modo iniquo, ma dobbiamo immaginare una redistribuzione della ricchezza finanziaria secondo equità.

Concludendo, la nostra cultura deve cambiare e immaginare nuove strade economiche possibili! 


Le logiche di mercato hanno fallito; producono danni sociali, problemi economici, e condizionamenti culturali scadenti.

…Ribelliamoci pacificamente! Costruiamo insieme una nuova cultura per migliorare la nostra società.





Wall Street Italia


“L’AMERICA non ricadrà nella recessione”, promette Barack Obama. “Non ci sarà recessione in Europa”, gli fa eco un certo Herman Van Rompuy che porta il titolo ambizioso di presidente dell’Unione. Due smentite fanno una conferma? Sulle Borse in caduta pesano i bollettini catastrofici che arrivano dall’economia reale.

Il Brasile segnala per la prima volta da anni una decrescita (meno 0,2% il Pil del trimestre), la Germania si sta arenando: è la fine di due “miracoli” gemelli, un gigante emergente e la più solida delle vecchie economie industrializzate. Due macchine da guerra dell’esportazione, che non possono crescere se i loro mercati di sbocco sono fermi. Primo fra tutti quello americano, dove in un sol giorno arrivano dati pessimi sulla disoccupazione Usa che risale, le vendite di case sempre più giù, la produzione industriale in sofferenza su tutta la East Coast.

Che la recessione sia alle porte lo dice un altro indicatore attendibile: i rendimenti dei titoli pubblici precipitano, per effetto di una corsa verso investimenti tornati improvvisamente “sicuri” (in mancanza di meglio). Ecco il Bund tedesco decennale al 2,17%. Il Treasury bond americano a dieci anni scende addirittura sotto il 2%. Più basso di così c’è solo il titolo del Tesoro giapponese, all’1%, e non a caso si tratta di un paese dove la crescita è sparita ormai dagli anni Novanta.

Quei tassi lanciano un messaggio all’unisono: per accettare dei rendimenti così bassi gli investitori non vedono né inflazione né crescita all’orizzonte. Prestare i propri soldi allo Stato – almeno a questi tre: Germania Stati Uniti Giappone – è metterli in cassaforte preparandosi a un lungo inverno. Questa corsa ai buoni del Tesoro decennali americani è una nuova smentita della Standard & Poor’s, del suo “downgrading” che metteva in cima ai problemi del momento la salute del debito pubblico degli Stati Uniti.

Per una beffarda coincidenza, il vero schiaffo che S&P riceve dai mercati giunge nello stesso giorno in cui il Dipartimento di Giustizia di Washington apre un’indagine su quest’agenzia di rating. L’inchiesta è sacrosanta, riguarda le gravi responsabilità di tutte le agenzie di rating che per incompetenza, collusione e conflitti d’interessi regalarono la “tripla A” ai titoli tossici che contenevano crediti inesigibili sui mutui subprime. Una vicenda criminale ma vecchia ormai di quattro anni; ricordarsi solo ora dei danni enormi creati da quei rating truccati ha il sapore di una rappresaglia dell’Amministrazione Obama dopo l’onta del declassamento.

Acqua passata, anche se il problema del debito costringe Obama a mandare a Pechino il suo vicepresidente Joe Biden, in una delicata missione presso il “creditore sovrano” degli Stati Uniti. Biden incontra Xi Jinping, anche lui vicepresidente, ma soprattutto erede al trono di Hu Jintao, destinato al comando supremo della Repubblica Popolare. Questa visita a Pechino in un momento di massimo allarme sui mercati globali “fotografa” un’impasse senza risolverla.

Biden registra dal suo interlocutore Xi la preoccupazione più grave che assilla il governo cinese: lo spettacolo di totale assenza di leadership in Occidente. Perfino nel 2008, all’apice della grande crisi sistemica, sul versante politico la reazione fu migliore di quella attuale. Nel 2008 e 2009, tra il piano Paulson salva-banche e i vari summit G8 e G20 promossi da Gordon Brown e poi Obama, si ebbe il tentativo di costruire una regìa, un abbozzo di global governance per trainare l’Occidente fuori dalla tempesta perfetta.

Oggi, neanche quello. Perfino una mossa a lungo auspicata e sollecitata come la rivalutazione del renminbi, diventa un’arma a doppio taglio. Per anni l’Occidente chiese alla Cina di fare la sua parte per sanare i macro-squilibri globali, rivalutando la moneta per importare di più. Il gesto di allargare la banda di fluttuazione del renminbi, annunciato a Pechino, oggi ha un sapore ambiguo. Può accelerare il deprezzamento congiunto di dollaro ed euro, la corsa verso beni rifugio come l’oro, in ultima istanza il disordine monetario può aggiungersi al pericolo di recessione e aggravarlo.

Ad accentuare il nervosismo arriva la decisione della Federal Reserve di avviare un esame della vulnerabilità delle banche americane ai default possibili nell’eurozona. Nessuno ha più fiducia in nessuno. Una situazione simile si verificò nell’autunno 2008 con il crac della banca Lehman, quando il sospetto dilagò fra tutti gli attori del sistema finanziario, che il proprio partner fosse “il prossimo della lista”. Un sospetto mortale, la cui conseguenza fu il congelamento del credito all’economia.

Il tracollo dei mercati ieri è una sentenza spietata sul vertice di martedì fra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Non si è fatto un millimetro di progresso su temi ambiziosi come la creazione di eurobond, quei “titoli pubblici dell’eurozona” che forse sarebbero un argine al contagio della sfiducia, darebbero finalmente al mercato unico europeo una solidità finanziaria e il rispetto degli investitori. Ancora più grave è il fatto che da quel vertice non è uscito un frammento d’idea per rilanciare la crescita, nessuna strategia anti-recessione, l’unico “scudo” davvero essenziale in questa fase.

Ci sta provando da parte sua Obama: il presidente americano ieri è partito per una finta vacanza sull’isola Martha’s Vineyard, che passerà consultando i suoi consiglieri economici per preparare “l’annuncio del Labor Day”. Subito dopo la festa del lavoro (5 settembre) Obama lancerà un piano per la crescita e per l’occupazione. E’ un rovesciamento di priorità rispetto alle ultime due settimane che lo hanno visto completamente appiattito sul tema del debito (anche grazie a S&P).

Il presidente americano ha in mente una “strategia dei due tempi”: prima bisogna rimettere in moto l’economia, rilanciare le assunzioni, ridare fiducia e potere d’acquisto; contestualmente bisogna mettere a punto dei tagli al deficit pubblico più severi di quelli annunciati finora, ma la cui entrata in vigore deve essere rinviata, a quando sarà sventato il rischio di ricaduta nella recessione. E’ l’unico percorso per evitare di “rifare il 1937”: l’anno terribile in cui Franklin Roosevelt interruppe prematuramente le politiche di spesa pubblica del New Deal, e l’America ricadde nella Grande Depressione.

L’intuizione di Obama si snoda su un sentiero strettissimo, per ragioni non finanziarie bensì politiche: i dibattiti tra i candidati repubblicani alle presidenziali hanno visto il trionfo della demagogia anti-Stato. Tutti i leader repubblicani hanno annunciato che rifiuterebbero ogni compromesso che contenga nuove tasse, perfino quelle tasse sui miliardari auspicate a gran voce dal più ricco (e meno tassato) di tutti, Warren Buffett. In questo vuoto di leadership è inefficace la supplenza delle banche centrali. Fed e Bce continuano a pompare liquidità nei mercati, con il tasso zero Usa o con gli acquisti di titoli pubblici.

Ma nella paura che paralizza l’economia, quella liquidità non rifluisce dove servirebbe. Le imprese accumulano montagne di cash, o investono solo in maxifusioni alla Google – Motorola, o esportano capitali nei pochi paesi emergenti ancora sicuri. I consumatori che possono farlo tesaurizzano, riducono i debiti, accantonano risparmi, per prepararsi al peggio. 

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