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Crisi economica mondiale; sogni per il domani

Cari amici,

Oggi è domenica! Le borse sono chiuse e pertanto si può tentare di ragionare su quanto sta succedendo a livello mondiale.

Finalmente spero che tutti possano constatare che le teorie economiche che guidano l’ economia sono sbagliate.

Gli economisti che oggi governano il mondo non riescono a prendere contatto con la realtà; pertanto le società mondiali vanno a sbattere contro la realtà.

Di seguito scriverò alcune evidenze di realtà a beneficio di tutti coloro che vogliano capire le riforme necessarie per un futuro economico migliore.

1) Chi non ha soldi da spendere non spende! Oggi ci sono in circolazione enormi capitali che comprano e vendono titoli finanziari, i quali per la stragrande maggioranza delle persone non sono altro che numeri detti alla televisione; i capitali sono nelle banche, nelle tasche degli speculatori, e nei conti correnti bancari di una piccolissima parte della popolazione.

2) La politica seguita negli ultimi anni di favorire il credito per stimolare l’ economia è sbagliata, perchè provoca debiti che con il tempo diventano inesigibili. Perfino noi italiani che siamo storicamente portati a risparmiare ci stiamo indebitando eccessivamente; comunque negli Stati Uniti la situazione dell’ indebitamento privato è molto più preoccupante che da noi.

3) La ricchezza crea un vantaggio cumulativo sui poveri, il quale, in assenza di politiche contrastanti, crea un divario sempre più grande. In altre parole, a parità di ogni altra condizione, i ricchi diventano sempre più ricchi, i gruppi sociali più istruiti diventano sempre più colti, le società avanzate progrediscono sempre di più, i poveri diventano sempre più poveri, i gruppi sociali più ignoranti regrediscono. Per questo motivo, nel mondo, assistiamo a concentrazioni di ricchezza sempre più grandi, a sacche di povertà sempre più rilevanti, e, dal punto di vista politico, a una guerra dei ricchi contro i poveri la quale, tra l’ altro, per poco provocava il default negli Usa.

Se vogliamo che il sistema economico mondiale progredisca, la politica delle idee deve riprendere il controllo dell’ economia.

A questo riguardo voglio far notare che se in Cina esistesse il liberismo economico che esiste da noi, la loro economia sarebbe già collassata da tempo.

I cinesi, nel bene e nel male, progrediscono perchè la politica comanda l’ economia.

Dobbiamo riorganizzare la nostra politica se vogliamo migliorare l’ economia. Oggi il popolo non comanda più nulla, e si ritrova oppresso da un sistema politico che è pagato da chi ha i soldi per mantenere inalterata questa situazione a qualunque costo.

Ma la realtà non può essere alterata da una visione economica distorta a qualunque costo.

Oggi è diventato evidente a tutti: I debiti degli Stati sono ormai inesigibili; i meccanismi automatici di mercato non fanno altro che aggravare questa situazione.

La classe media i soldi per rimediare a questa situazione non li ha più, e il sistema economico mondiale non può permettersi di non avere una classe media, perchè altrimenti l’ economia mondiale collassa.

Da ora in poi i soldi ce li dovranno mettere chi ce li ha, in un modo o nell’ altro!




Il Sole 24 ore

Il presidente Barack Obama ritiene che le trattative per giungere ad un accordo sul tetto del debito degli Stati Uniti sono state troppo lunghe e laceranti e ora i membri del congresso devono unirsi e lavorare per rafforzare l’economia. Lo ha affermato il portavoce della Casa Bianca Jay Carney in un comunicato in cui si afferma inoltre che «il compromesso bipartisan per la riduzione del deficit è stato un passo importante nella giusta direzione. Tuttavia, il percorso per raggiungerlo è stato troppo lungo».
L’accordo per l’aumento del tetto del debito, comunque, «è un importante passo nella giusta direzione» ma «dobbiamo chiarire al meglio la nostra volontà, abilità e impegno a lavorare insieme per affrontare le sfide economiche e di bilancio», ha detto Obama. «I membri del Congresso devono avere il comune impegno a una ripresa economica più forte e a conti pubblici più solidi, due temi che devono essere al di sopra delle nostre differenze politiche e ideologiche». (Redazione online)
dall’inviato Marco Valsania
Standard & Poor’s ha tolto agli Stati Uniti il rating massimo di Tripla A, che faceva del suo debito uno degli investimenti più sicuri al mondo e un pilastro della finanza globale. Una decisione storica: erano settantanni che Washington manteneva i pieni voti sui Treasuries. L’agenzia di valutazione del credito, nella notte tra sabato e domenica, ha ridotto il suo rating da “AAA” a “AA­­­­­­­­­­ più” con outlook negativo.

Un voto inferiore a quello di una dozzina di paesi, tra i quali il Liechtenstein, e alla pari con Nuova Zelanda o Belgio. La ragione: S&P ha concluso il suo riesame della situazione del paese giudicando insufficiente la recente manovra annunciata da Washington di riduzione del deficit. L’agenzia aveva in passato fatto sapere di ritenere adeguata una riduzione di 4.000 miliardi, ma il recente compromesso tra Congresso e Casa Bianca ha un obiettivo di soli 2.400 miliardi in dieci anni. L’annuncio e’ arrivato dopo le otto di sera ora di New York, le due di notte italiane, a mercati statunitensi ormai chiusi.

“Il declassamento riflette la nostra opinione che il consolidamento che il Congresso e l’amministrazione hanno concordato sia a nostro avviso meno di ciò che sarebbe necessario a stabilizzare la dinamica del debito del governo nel medio termine”, ha scritto S&P nella sua nota. L’agenzia, dopo la protratta battaglia tra democratici e repubblicani su debito e deficit che aveva portato il paese sull’orlo del default, ha citato anche le disfunzioni della politica americana tra le sue motivazioni: “l’efficacia, la stabilità e la prevedibilità” del processo di policy making appare a S&P diminuita mentre le sfide restano.

Il retroscena del declassamento ha rivelato anche un duro scontro tra il Tesoro americano e S&P. Fin dal primo pomeriggio, è emerso, l’agenzia aveva notificato la sua intenzione sul declassamento. Ma il Tesoro aveva risposto denunciando un errore di calcolo, pari a duemila miliardi di dollari, nelle valutazioni sul debito americano fatte dalla società di rating. L’incognita ha ritardato l’annuncio ormai pronto, ma S&P ha in seguito deciso di procedere ugualmente. L’agenzia aveva lanciato il suo primo allarme sulla possibilità di un downgrade del debito americano il 14 luglio.

A dare la dimensione senza precedenti di quanto avvenuto è indicata una data: la prima vera garanzia di solidità del debito americano risale al 1790, quando Alexander Hamilton spinse perchè il governo federale si assumesse gli oneri degli stati americani indebitatisi durante la guerra rivoluzionaria. Oggi i Treasuries sono una linfa vitale dell’intero sistema finanziario. Enormi riserve vautarie di paesi come la Cina sono investite in buona parte in Treasuries. In tutto oggi il 46% dei Treasuries sono in mano a stranieri e una loro fuga più o meno rapida dai titoli scatenerebbe gravi tensioni. Ancora: quattromila miliardi in titoli del Tesoro Usa sono utilizzati come garanzia per operazioni da molti protagonisti della finanza, da banche a trader di derivati. Il declassamento potrebbe costare caro costringendo operatori a cercare e offrire nuove garanzie.

Fondi del mercato monetario hanno in portafoglio titoli per 1.300 miliardi legati ai Treasuries: il taglio del rating, qui, potrebbe generare vendite o svalutazioni, anche se molti fondi hanno criteri flessibili quando si tratta di detenere comunque debito classificato con i voti più elevati. I tassi di interess, infine, potrebbero salire e potrebbero scattare altri declassamenti, da quelli stati a quelli di aziende americane, rendendo più costosi i finanziamenti e creando nuovi ostacoli a un’economia già in seria difficoltà e a rischio di ricaduta in recessione.

Di fronte a tutte queste incognite, adesso gli occhi sono tutti puntati sulla reazione dei mercati, se ci saranno violente scosse, paralisi, oppure risposte meno drammatiche. Alcuni analisti ritengono che l’effetto inizialmente potrebbe essere anzitutto psicologico, visto che la possiblità di un downgrade era già stata indicata. Altre due agenzie, Fitch e Moody’s, hanno inoltre confermato il loro voto massimo sul rating americano, pur se Moody’s ha adottato un outlook negativo. La sicirezza e liquidità dei Treasuries a livello mondiale, a questi analisti, appare difficile da sostituire, anche in presenza di un declassamento. Gli effetti di più lungo termine potrebbero però essere comunque inevitabili e riflettere un appannamento del ruolo economico internazionale degli Stati Uniti.

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