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Come governare la Globalizzazione?

Cari amici,

Come governare la Globalizzazione?

Tutti noi siamo all’ interno di questo processo sociale di integrazione mondiale, il quale per ora appare animato da forze impazzite e dipendenti dall’ economia e dalla finanza.

Eppure non possiamo fare a meno di dare un senso a questo immenso processo sociale, perchè riguarda tutti noi, il nostro presente e il nostro futuro.

Credo che tutti possiamo percepire che il Capitalismo e il Liberalismo sono ormai ideologie superate, le quali producono alla comunità mondiale più danni che vantaggi.

In che direzione andare?

Io ho le mie proposte che troverete alla fine di questo articolo di critica argomentata e puntuale, tratta da “Miseria della sviluppo” editori Laterza, di Piero Bevilacqua.

Piero Bevilacqua

    scrive….
      Gli storici sanno, o dovrebbero sapere, che, contrariamente al senso comune e alle apparenze sensibili, le economie nazionali sono delle costruzioni tardive.

Il mercato mondiale e le “economie mondo” nascono molto prima.

      Per una lunga fase storica che arriva fino al XIX secolo, l’ economia esterna all’ autoconsumo contadino e all’ artigianato locale si svolgeva attraverso i grandi traffici mercantili, i quali valicavano i confini delle future nazioni.
      Era il potere della geografia a dettare i costi e le regole del mercato, il quale si svolgeva prevalentemente via mare, e andava a raggiungere ristretti ed elitari consumatori in vari angoli del mondo.
      Per secoli è stato assai meno costoso portare merci da Napoli a Marsiglia che da lì a Potenza, posto che a Potenza ci fossero acquirenti dei costosi beni di lusso che dovevano sostenere così lunghi trasporti.
      Le economie nazionali, così come noi le intendiamo, nascono di fatto nell’ Ottocento, con le ferrovie e la costruzione di un diffuso sistema viario, che costituirono l’ intelaiatura fisica del mercato interno.
      Dunque la globalizzazione è una delle forme più antiche di economia

Fernard Braudele

Immanuel Wallestein

      hanno disegnato, in diverso modo, vasti mondi globalizzati almeno a partire dal XV secolo.
      Certo, la globalizzazione che si è venuta realizzando negli ultimi decenni ha dimensione e caratteri nuovi.
      La rivoluzione informatica ha fornito agli imprenditori la possibilità di delocalizzare le imprese in regioni lontane e stragegicamente vantaggiose, creando rapporti di forza in qualche misura inediti con la forza lavoro occupata in patria.
      L’ ampiezza mondiale dell’ informazione è conquista recente.
      Così come fenomeno inedito è la possibilità di trasferire immensi capitali finanziari in pochissimo tempo.
      Ma tale processo non è che la continuazione di quel capitolo già descritto da

Marx  ed Engels nel Manifesto del partito comunista del 1848; la conquista del ganze Erdkugel, dell’ intero                                           “globo terracqueo” – come traduceva Antonio Labriola – da parte della borghesia industriale trionfante.

        La

globalizzazione

attuale, in realtà, è parte intrinseca dello sviluppo, è la sua ulteriore estensione materiale, la sua accresciuta presa su tutto il mondo vivente con mezzi tecnologici sconosciuti al passato.

      Quindi, ci sono buone ragioni per non farne il centro delle nostre critiche.
      Ma globalizzazione e mondializzazione sono anche termini ambigui e politicamente infidi.
        Come hanno osservato

Pierre Bourdieu

e Loic Wacquant, “La nozione fortemente polisemica

       di “mondializzazione” ha l effetto, se non la funzione, di ammantare di ecumenismo culturale un rapporto di forze transnazionale, facendolo apparire una necessità culturale”.
      Quante volte abbiamo sentito la predica, secondo cui dobbiamo competere nel “mondo globale”, per cui occorre rigar dritti e piegare la schiena?
      Si tratta, dunque, di un termine occultamente prescrittivo, che intende schiacciarci sotto la potenza di ciò che dovrebbe apparire grande e inamovibile come una montagna.
        D’ altra parte, che il mondo diventi globale, oltre ad essere un

truismo

      , è fenomeno in sè inevitabile e non privo, peraltro, di potenziali vantaggi.
      Marx ed Engel, che l’ avevano ben compreso già nel 1848, avevano accettato la sfida:
                      “Proletari di tutto il mondo, unitevi”, avevano esortato a chiusura del Manifesto.

 

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