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L’ Inno alla gioia? ….l’ Europa che vogliamo?

Cari amici, è illuminante che questo video virale sia stato girato davanti ad una banca!

Ed anche che il musicista inizi a suonare soltanto dopo che la bambina l’ ha pagato con una moneta.

L’ inno ufficiale dell’ Unione Europea è l’ Inno alla gioia, dall’ ultimo movimento della Nona sinfonia di Beethoven, un autentico "significante vuoto" che può rappresentare qualsiasi cosa.

In Francia esso fu innalzato da Romain Rolland a ode umanista alla fratellanza fra tutti i popoli; nel 1938 venne eseguito come apice del Reichsmusiktage e, dopo, per il compleanno di Hitler; nella Cina della Rivoluzione culturale, nel contesto febbrile di un rifiuto di massa dei classici europei, fu redento in quanto opera della lotta di classe progressista, mentre nel Giappone contemporaneo raggiunse lo stato di cult, incontrandosi con il tessuto sociale del paese grazie al suo presunto messaggio di "gioia attraverso la sofferenza".

Nel mezzo del movimento, dopo aver ascoltato la melodia principale (il tema della gioia) in tre variazioni orchestrali e vocali, in questo primo climax, accade qualcosa di inatteso che ha suscitato critiche negli ultimi 180 anni, sin dal momento della prima esecuzione; alla battuta 331, il tono cambia completamente, e invece di una solenne progressione innica, lo stesso tema della Gioia viene ripetuto nello stile della marcia turca, preso a prestito dalla musica militare per strumenti a fiato e a percussione che gli eserciti europei del diciottesimo secolo avevano adottato dai giannizzeri turchi – lo spirito qui è quello della parata popolare carnevalesca, uno spettacolo ironico.

E da questo punto in poi le cose vanno male, la semplice dignità solenne della prima parte del movimento non viene più raggiunta: dopo questa parte "turca" e in un chiaro contromovimento rispetto ad essa, in una sorta di ritiro in un intima religiosità la musica corale cerca di dipingere l’ immagine eterea di milioni di persone che si inginocchiano abbracciandosi l’ un l’ altro, contemplando con venerazione il cielo distante e cercando il Dio paterno ed amorevole che deve dimorare al di sopra della volta celeste.

Tuttavia, la musica, per così dire, si inceppa quando la parola muss, resa prima dei bassi, viene ripetuta dai tenori e dai contralti, e infine dai soprani come se la ripetizione di questa invocazione fosse un tentativo disperato di convincere noi (e loro stessi) di ciò che sappiamo non essere vero, trasformando il verso "un padre amorevole deve dimostrare" in un atto disperato di implorazione, e attestando così il fatto che non c’ è niente al di là della volta celeste, non c’ è nessun padre amorevole a proteggerci e a garantire la nostra fratellanza.

Dopo di ciò, viene tentato un ritorno ad un tono più celebrativo attraverso la doppia fuga che non può che suonare falsa nella sua brillantezza eccessivamente artificiale, una falsa sintesi se mai ce n’ è mai stata una, un tentativo disperato di colmare il vuoto del Dio assente, rivelato nella precedente sezione.

Ma è la cadenza finale la parte più strana di tutte; essa assomiglia meno alla musica di Beethoven che a una versione gonfiata del Ratto del serraglio di Mozart, in cui si combinano gli elementi "turchi" con il veloce spettacolo rococò.

Il finale è, dunque, una mistura bizzarra di orientalismo e regressione del classicismo del tardo diciottesimo secolo, un duplice ritiro dal presente storico, un’ ammissione silenziosa del carattere puramente fantasmatico della gioia della fratellanza universale.

Se mai c’ è stata una musica che ha letteralmente "decostruito" se stessa, è questa: il contrasto tra la progressione lineare assolutamente ordinata della prima parte del movimento e il carattere precipitoso, eterogeneo e incoerente della seconda non potrebbe essere più forte.

Non stupisce che già nel 1826, due anni dopo la prima esecuzione, alcuni critici descrissero il finale come un festival dell’ odio nei confronti di tutto ciò che può essere chiamato gioia umana.

Con forza gigantesca emerge l’ orda pericolosa, spezzando i cuori e oscurando la scintilla divina degli dei con uno scherno chiassoso e mostruoso.

grandeindio:
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